Il Tirreno

Toscana

L'occupazione femminile e i nostri ritardi

Vittorio Emiliani

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In un Paese fortemente cattolico come il nostro, il ruolo della donna è sempre stato prevalentemente casa-chiesa-famiglia addossando alla parte femminile compiti spesso tanto gravosi quanto oscuri. Poi c’è stata soprattutto la prima rivoluzione industriale con filande, tessiture, le “fabbrichine”erano migliaia inquadrate sindacalmente. La prima donna segretaria generale di un sindacato, Argentina Altobelli, risale al 1904. Rappresenta anche un’altra categoria di donne sfruttate sul lavoro e precisamente in agri- coltura, braccianti per lo più, con lotte memorabili. Ma per ovviare al mancato versamento dei contributi previdenziali si è scelta molti anni fa la strada delle pensioni di invalidità, con il risultato che intere provincie si sono popolate di invalidi e di invalide (nel settore del tabacco soprattutto).

La pratica era così normale che, anni fa, andando con una troupe televisiva della Rai nel comune primatista del settore (allora nel Leccese), venimmo accolti con banda musicale. Ma soprattutto c’erano disparità enormi fra province confinanti, come Pisa e Livorno, una a maggioranza dc (ministro Togni) e l’altra ultrarossa. Negli stessi anni il sindacato ha guardato con grande diffidenza ai contratti a tempo parziale per le impiegate. E quando Pirelli, giocando d’anticipo, ha varato un contratto part-time garantito è stato preso in contropiede e lì per lì contestato.

Tuttavia l’epidemia di Covid 19 ha colpito soprattutto la manodopera femminile perché occupata, anzitutto in settori particolarmente in difficoltà come bar, ristoranti, pizzerie, mapure lavoro a domicilio (colf e badanti)ecc.

Nel secondo trimestre 2020 si sono dovute contare ben 470.000 donne occupate in meno rispetto al medesimo periodo del 2019 ( -4,7 per cento ). Nel periodo precedente i posti di lavoro persi dalle donne sono stati 841.000, cioè quasi il 60 per cento, una voragine (spazzato via il 7,4 per cento dei contratti a tempo parziale sacrificando anche forme part-time garantite). L’occupazione maschile ha tenuto di più perdendo 371.000 posti di lavoro (-2,7 per cento) anche perché legata a lavorazioni industriali, magari per conto terzi stranieri come freni, cambi, ecc. per auto di lusso.

C’è poi l’amplissimo settore dell’agricoltura. Qui purtroppo, al Centro-Sud ovviamente, emergono forme del tutto incontrollate di sfruttamento: alloggiate in autentiche baracche sporche e maleodoranti, prive di acqua potabile donne e uomini sono via impiegati nella raccolta degli agrumi, dei pomodori, degli ortaggi dell’uva da tavola man mano che quei prodotti vengono a maturazione. E su questa massa mobile di sfruttati che si trasferisce da una parte all’altra del Mezzogiorno e non solo vigila il racket, la malavita organizzata. Nell’Agro Pontino, a due passi da Roma, si è concentrata una comunità indiana venuta di recente alla ribalta della cronaca nera e che sta cercando pacificamente di reagire e di organizzarsi come etnìa ormai inserita stabilmente in provincia di Latina.

Per molti lavori anche femminili di tipo impiegatizio o comunque tecnico lo smart-working sta funzionando un po’ dovunque anche per la parte femminile particolarmente duttile. In conclusione però il tasso globale di occupazione italiano si aggira sul 58 per cento, inferiore, certo, a quello dell’Unione Europea, ma quella femminile raggiunge a stento il 50 per cento. Ciò significa che in Italia una donna su due non lavora, lavora in nero o, scoraggiata, non cerca neppure una occupazione. Eppure in un Paese che sforna troppo pochi laureati (siamo vergognosamente penultimi prima della sola Romania) le donne hanno assunto un ruolo decisamente importante. In questo caso possono fare da traino a tanti maschi persi fra discoteche, pub e movide varie da incoscienti. —

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