La protesta
Bisognava vaccinare prima i più anziani o il personale sanitario?
La Toscana, tra le regioni più virtuose nella vaccinazione anti-covid (pochissime hanno fatto meglio di lei in rapporto alla popolazione), sta procedendo male nella campagna riservata a chi ha più di ottant’anni. Per questa categoria di persone, le più a rischio se contagiate, qui si sta pagando un doppio effetto: il taglio alla fornitura dei sieri e la scelta di dare precedenza nella somministrazione dei vaccini al personale delle aziende sanitarie, tutto, compreso quello che lavora - magari da casa - per gli uffici amministrativi. Così, quando Pfizer e Moderna hanno iniziato a tagliare i rifornimenti, sono venute a mancare più di centomila dosi. Era giusto privilegiare tutto il personale sanitario (per le altre categorie professionali il vaccino usato è l’Astrazeneca) o era meglio pensare agli over 80?
PAOLO PORTA
NON SI POTEVA CHE PARTIRE DAGLI OSPEDALI
La vaccinazione? Non poteva che partire dal personale sanitario. Il nostro, infatti, è un ruolo centrale per combattere il virus. Da oltre un anno siamo in campo, in prima linea, per fronteggiare un virus temibile, come non mai. Un virus che non risparmia nessuno, personale sanitario compreso. Abbiamo visto infermieri, medici, operatori socio-sanitari ammalarsi, purtroppo. E quando il personale si ammala, la conseguenza è una sola: meno professionisti che si occupano della salute pubblica.
C’è stato un momento, durante questa pandemia, in cui i contagi tra le corsie degli ospedali erano molti, moltissimi. La logica della vaccinazione è stata semplice: proteggiamo dal Covid chi ha il compito di tutelare la salute degli altri. Più o meno tutti, in questo lungo anno, abbiamo visto persone ammalarsi. Qualcuno, purtroppo, non ce l’ha fatta. E il nostro pensiero è sempre stato lo stesso: se ho contratto il virus e sono asintomatico, posso danneggiare gli altri, pur non volendo. Soprattutto chi sia più debole. Per questo abbiamo accolto con gioia la notizia del vaccino.
Il 27 dicembre dello scorso anno, giorno in cui è stata avviata la campagna vaccinale tra il personale sanitario, è stato, per noi, un raggio di speranza. Quando abbiamo saputo che, finalmente, un vaccino esisteva, eravamo felici. Già questo, di per sé, era importante. La soddisfazione più grande, poi, è arrivata poco dopo. Stava tutta lì: nel fatto che fossimo stati scelti proprio noi, i professionisti della sanità, per dare il via alla somministrazione. Noi che non ci siamo mai tirati indietro con un unico obiettivo, ogni qualvolta indossiamo la nostra divisa: garantire la salute dei nostri pazienti e, a volte, anche la loro sopravvivenza. Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria ci ha insegnato, infatti, è che la guardia non bisogna abbassarla. Mai. E che bisogna sempre stare attenti, al fianco di chi soffre. Per questo era fondamentale partire da qui.
Non che gli over 80 non siano importanti. Anzi. Certo, se ci fossero state dosi di vaccino sufficienti per tutti, saremmo stati ben contenti di cominciate, e poi proseguire a pieno ritmo, su tutti quanti i filoni della campagna vaccinale. Ma questo, ormai lo sappiamo, non è stato possibile. E le dosi di siero hanno costretto a fare una scelta, per quanto sofferta. Va detto, però, che la categoria degli ultraottantenni, a differenza del personale sanitario, ha la possibilità di autotutelarsi, anche solo applicando le norme igienico-sanitarie che tutti conosciamo. Restando perlopiù in casa e uscendo solo per motivi di necessità, indossando sempre la mascherina e limitando i contatti con i nipoti. Una scelta dolorosa, che io comprendo perché la applico in prima persona, ma necessaria. Per ogni nonno, infatti, è una sofferenza non poter vedere i nipoti, dovendosi accontentare, spesso, di una videochiamata. Ma in questo momento, perlomeno fino a quando non sarà raggiunta l’immunità di gregge, non possiamo concederci distrazioni. E fare delle rinunce, per quanto pesanti, è fondamentale.
La verità, però, è che mentre gli anziani hanno la possibilità di scegliere di stare a casa, a noi, personale della sanità, non è concesso. E non è neppure concesso di ammalarci. Perché la conseguenza, la più estrema di tutti, sarebbe la chiusura degli ospedali.
Noi, ogni giorno, siamo esposti ai pazienti che il Covid lo hanno contratto e dobbiamo curarli. Abbiamo dispositivi di protezione individuale ma l’esperienza ci insegna che non bastano. Non possono bastare. Ed ecco che in nostro soccorso arriva il vaccino contro il Covid, un’opportunità importante. Che, tra l’altro, sta già dando i suoi frutti che sono proprio davanti agli occhi di tutti. Il più evidente? Sono diminuiti moltissimo i contagi tra le corsie degli ospedali e questo deve far riflettere. Soprattutto quei colleghi che, ancora, si ostinano a dire no alla vaccinazione.
Io rispetto ogni idea, in un’ottica di libertà del pensiero. Ma quello che voglio dire è semplice: ogni giorno scegliamo di dare fiducia a qualcuno. Che sia l’autista di un pullman o una commessa di un negozio. E allora mi domando: perché non dovremmo credere nella scienza, proprio noi che siamo donne e uomini di scienza? Soltanto così, tutti insieme e grazie alla vaccinazione, riusciremo a uscire dal tunnel che, da un anno, ci tiene prigionieri.—
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ROBERTO BARZANTI
LA PRECEDENZA ANDAVA DATA AI PIÙ FRAGILI
È stato giusto vaccinare il personale sanitario, quello da sempre a contatto con i malati. Ma, anche lì, il perimetro, il raggio d’azione, è stato molto largo: penso a chi lavora in ufficio, dietro a un computer, e ha ricevuto lo stesso il siero. Mentre procede a rilento, purtroppo, la vaccinazione degli over 80. Quei pazienti che, invece, avrebbero dovuto avere la precedenza. Lo dicono i numeri e quelli non sbagliano mai: la Toscana è la penultima regione d’Italia (seguita soltanto dalla Sardegna) sul fronte dei vaccini somministrati agli ultraottantenni: soltanto il 5, 1 per cento della popolazione con più di 80 anni di età – formata, in Toscana, da 326mila persone – ha completato il ciclo vaccinale (prima dose e richiamo) . Hanno gravato sicuramente, su una situazione generale già di per sé difficile, le poche dosi di siero disponibili e il vaccino AstraZeneca che può essere somministrato soltanto a chi abbia un’età compresa tra i 18 e i 65 anni. Ma il risultato finale non cambia. Con molti anziani preoccupati e che aspettano. Attendono che il loro medico di famiglia li contatti e dica loro che, finalmente, è arrivato il momento e potranno vaccinarsi.
Eppure, se ci pensiamo bene, il criterio fondamentale, nello stabilire una priorità della vaccinazione, doveva essere uno solo: la fragilità. La precedenza, infatti, doveva essere data a chi avesse un’età avanzata e gravi patologie o disabilità. Tenere presente, insomma, le condizioni di salute delle persone e le potenziali conseguenze, per loro, qualora avessero contratto il Covid. Vaccinare, in sostanza, sulla base della fascia d’età e anche riferendosi a un’oggettiva e verificabile vulnerabilità. Questo sistema avrebbe dato garanzie di eguaglianza di trattamento. Anche perché non dimentichiamolo: gli anziani sono stati i più colpiti dalla pandemia e, purtroppo, sono anche i più indifesi di fronte a un virus che ha dimostrato a tutti noi quanto possa essere aggressivo. Addirittura letale.
E sul fronte delle vaccinazioni degli over 80, siamo d’accordo con lo schema adottato: quello di affidarsi ai medici di medicina generale. Nessuno, più di questi professionisti, è in grado di avere un quadro completo delle patologie dei loro pazienti. Conoscono tutto di loro: punti di forza e debolezze. Ma il meccanismo delle vaccinazioni degli ultraottantenni, cominciato circa due mesi dopo l’avvio della campagna vaccinale, ha subìto un rallentamento. Un po’per le poche dosi di vaccino disponibili, senz’altro. Ma dobbiamo riflettere. E soprattutto recuperare il tempo perso. Perché, in questo caso, i ritardi possono causare grossi problemi. Se, al più presto, non saranno vaccinate quelle persone più deboli, un po’per la loro età e un po’per le patologie (spesso gravi) da cui sono affetti. E per recuperarli, questi ritardi, occorre affiancare ai medici di medicina generale le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale che potrebbero vaccinare a domicilio, intanto, quegli over 80 non trasportabili; dall’altra, però, agli ambulatori medici, potrebbero essere affiancati dei punti vaccinali attrezzati proprio per questo scopo. In questo modo si alleggerirebbe, e non di poco, il lavoro dei medici. Che, come tutti ben sappiamo, non si occupano soltanto della campagna vaccinale contro il Covid, ma devono portare avanti, al tempo stesso, le loro attività ordinarie.
L’invito che facciamo alla Regione Toscana è dunque questo: tenere d’occhio la situazione ed eventualmente correggere un po’il tiro. Quando una macchina non funziona a pieno regime, infatti, è necessario intervenire. Non aspettare. Do atto alla Regione della sua puntualità, in una conferenza stampa che si è tenuta nei giorni scorsi, sul tema delle vaccinazioni. Ma sul fronte degli over 80 mi sarei aspettato una riflessione più critica. Si monitori lo schema e si pensi pure a cambiarlo. La disponibilità dei medici è stata molto vasta, in tutta la nostra regione. Tutti hanno dato la loro disponibilità a vaccinare i loro pazienti più anziani. Ma, ora, c’è bisogno di ingranare la marcia e recuperare i ritardi. Ci sono regioni, come il Lazio ad esempio, in cui la vaccinazione degli ultraottantenni procede spedita. Questo significa che non è impossibile riuscirci. Neppure per la Toscana. Ma è fondamentale, ora come non mai, rivedere le priorità. E proteggere gli anziani. Il più possibile.—
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