Gioco
Pd, Letta candidato a Siena? "Ci devo pensare". Ma Bonafè rivela: "Gliel'ho chiesto, per noi un onore"
Il segretario e le suppletive in Toscana: "Mi sono dimesso da tutto, non ho più alcuna retribuzione". Ecco perché fra i dem toscani ora c'è la corsa ad intestarsi la sua discesa in campo per il collegio lasciato libero da Padoan
FIRENZE. Da Parigi al Nazareno, da piazza dei Miracoli a piazza del Campo. «Se mi candiderò per il seggio di Siena? Non abbiamo ancora parlato di queste cose: ma io ho annunciato che da segretario del Pd rinuncio a tutti gli incarichi retribuiti che ho perché credo nella moralità in politica. La gente deve sapere che non ho alcun provento da nessuna parte. Anche per questo ora devo rivedere tutto…». Insomma, la gente deve sapere che Enrico Letta, ora che si è dimesso da tutto, deciderà se dare sfogo a quel segreto desiderio di rivalsa contro gli ex fedelissimi di chi lo cancellò con un cancelletto (#staisereno) e dunque a ottobre candidarsi alle suppletive nel collegio per la Camera lasciato libero da Pier Carlo Padoan.
Per ore ieri sera, dopo quella frase lanciata da Fabio Fazio, quasi sibillina, mezzo partito toscano s’è interrogato sull’interpretazione autentica da dare alle sue parole. Ma mezzo partito ha già capito che l’ex giovane democristiano cresciuto all’ombra della Torre, abituato a mediare, ai toni pacati, accademici, sorboniani, non è più lo stesso. «Ho trovato un Pd più piccolo, sconfitto e molto diviso». Proprio sulla candidatura senese nelle scorse settimane fra i dem toscani s’era consumato uno scontro fra post renziani e zingarettiani, sfociato perfino in uno dei tanti affondi a Nicola Zingaretti.
I rimbrotti e le critiche della segretaria toscana Simona Bonafè e dei lottiani a Valerio Fabiani, il vice silurato dall’esecutivo regionale reo di aver appoggiato il nome di Giuseppe Conte per la corsa alle suppletive e sostenuto l’alleanza col M5S, erano sembrati l’anticipo di una scalata al Nazareno. Come se il gruppone degli ex leopoldini che guida gli organismi dirigenti in regione volesse acquisire un diritto di prelazione sulla sfida che si intravedeva fra il presidente del Lazio e l’emiliano Stefano Bonaccini. Ecco, il ritorno dell’esiliato ora spazza via ogni scenario.
«Gli ho chiesto di candidarsi – rivela Bonafè – per noi sarebbe un onore». La segretaria ha sempre chiesto che il profilo per Siena fosse autorevole, toscano e del Pd. Ma la verità è anche che Letta costringe tutti a una pace di facciata. Molti passaggi del discorso sembrano il segno di una nemesi: addio all’autosufficienza, metodo riformista ma valori progressisti (liberal chi?), orizzonte lungo fino alle politiche del 2023 (scordatevi le primarie, le liste le farà lui), patto con i 5stelle. Così, gentiloniani come Stefano Bruzzesi si dicono «gaudenti» ricordando che «avevamo detto che non si poteva pretendere che Letta fosse un segretario a scadenza come lo yogurt».
Così ora, dicono maliziosi gli zingarettiani, i post renziani son tutti costretti a salire sul carro. Così, se Eugenio Giani, che s’è tenuto alla larga dai dissidi, è già più lettiano della mamma di Letta («Per la Toscana è finalmente un bel segno: la Regione ha bisogno di maggiori interlocutori a Roma, visto che il Pd, negli ultimi due governi, non ha espresso ministri»), Luca Lotti saluta «la fase nuova, basata su un vero riformismo», il lucchese Andrea Marcucci, capo dei senatori dem, vede «il profilo di un Pd più orgoglioso» e per Dario Nardella con lui «il Pd può cambiare». —
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