Gioco
Se la politica è servire il Capo dei Capi
L'editoriale: buona domenica. La personalizzazione dei partiti di fatto ha portato alla negazione stessa della politica. Enrico Letta, persona molto perbene e preparata, rientra nel Pd al termine di un esilio volontario di sette anni vissuto con sommo disgusto
Di questi tempi il vero problema della politica è quello che a un certo punto bisogna essere per forza o per diletto "qualcunaltriani". Sì, esponenti di una corrente, di una fondazione, di un cerchio magico, di una banda che si rifaccia a un "qualcuno". Insomma, a seconda del momento o dello schieramento, non si può che essere berlusconiani, salviniani, bersaniani, renziani, zingarettiani. È l’esasperazione dei personalismi, l’approdo di una fuga frettolosa dalle idee ancor prima che dalle ideologie. Oggi ci si deve raccogliere per forza intorno al Capo dei Capi di turno entrando a far parte della Tribù degli Adoranti. Oppure si finisce ai margini. Va così persino nel Movimento 5 stelle, nel presunto Antisistema dove ci si è accorti all’improvviso che continuare a dire "uno vale uno" oltre che essere una sciocchezza non avrebbe portato da nessuna parte.
La personalizzazione dei partiti di fatto ha portato alla negazione stessa della politica. Enrico Letta, persona molto perbene e preparata, rientra nel Pd al termine di un esilio volontario di sette anni vissuto con sommo disgusto. Dopo quell’«Enrico stai sereno» pronunciato da Matteo Renzi, poco più di un mese prima di farlo cainescamente fuori per prenderne il posto a Palazzo Chigi. Rientra e trova qualcosa di molto vicino alle rovine. Parlo di lui perché oggi vivrà il suo primo giorno da "salvatore della Patria" ma la situazione non è molto diversa anche sugli altri fronti».
Alla destra estrema, nell’unica forza di opposizione al governo di Mario Draghi, Giorgia Meloni in Fratelli d’Italia impersona quasi tutto quel che c’è da impersonare, lasciando agli altri il ruolo di portatori di borracce. Lo stesso vale per la Lega di Matteo Salvini, adesso costretto a un "ripiegone" a 180 gradi su molti temi solo per convenienza. Per non parlare poi dell’inventore del ghe pensi mi, Silvio Berlusconi, quello del partito azienda e dei conflitti d’interessi che – gli va riconosciuto – dopo i suoi (enormi) non sono più esistiti.
Enrico Letta oggi eredita un partito frutto della fusione a freddo di quanto rimasto delle tradizioni comunista e democristiana, che della partecipazione e del dibattito interno avevano fatto due capisaldi.
Oggi, da questo punto di vista, il Pd è una forza politica sotto le macerie di sé stessa. L’ultimo segretario, Nicola Zingaretti, è fuggito dicendo di «vergognarsi di questo partito dove si parla solo di poltrone mentre avanza la terza ondata del virus». Una specie di "muoia Sansone con tutti i filistei" alla cacio e pepe.
Sì, negli ultimi tempi il balletto interno è stato veramente deprimente. Ma quel che sta accadendo in fatto di percezione pubblica lo è ancor di più. In Toscana, nell’ultimo decennio il Pd ha perso il controllo di città importanti, vere e proprie roccheforti. Ad esempio a Livorno prima, a Pisa, Pistoia e Piombino al giro successivo si sono svolti veri e propri referendum sulla pessima gestione delle amministrazioni gestite dal Pd. Nel secondo giro non hanno vinto sindaci fascisti – come sentenziato da sempliciotti dediti al gioco del "piccolo analista politico" – ma candidati percepiti come affidabili, che hanno raccolto consensi non solo a destra. Di fatto erano voti "contro" quella concezione proprietaria del partito che non era più quello delle grandi Feste dell’Unità ma solo un comitato con l’unico obiettivo di occupare le istituzioni. Non era in dubbio la vocazione di sinistra di quelle città, in molti casi confermatasi in consultazioni di altro livello. Erano pesantemente messi sotto accusa sistemi di potere basati sulla perpetuazione del consenso conservato in barba alle cose da fare.
L’arresto del sindaco piddino di San Vincenzo, Alessandro Bandini, accusato di corruzione, apre uno spiraglio su un modo di operare che resta grave comunque andrà a finire la vicenda giudiziaria. Emerge un "Sistema" di gestione dell’urbanistica e di altre "cose pubbliche" molto lontano dalla tradizione a cui si rifà quel sindaco. Gli arresti per corruzione al Comune di Livorno invece non riguardano il mondo della politica ma solo quello dei funzionari. Resta però la responsabilità di istituzioni che non sono state capaci di creare anticorpi a un malaffare endemico, sistematico.
E in Toscana va ancora bene, perché altrove è peggio. Fino a qualche anno fa sono stato testimone, da direttore del quotidiano la Città di Salerno, di quello che viene descritto dai visitatori di un giorno come il luogo della favola di "Salerno città europea", quella che il sindaco Vincenzo De Luca (anche lui Pd) ha usato come trampolino di lancio per la presidenza della Regione Campania. Una favola fragile come un castello di sabbia, costruita su una sequenza di colossali mancate verità, un po’ festival dell’illusionismo e un po’ cabaret, con Maurizio Crozza che più che imitare può solo plagiare. Lì il Pd si chiama Partito deluchiano, perché è solo cosa di famiglia. Ci sono il padre e due figli, uno parlamentare eletto nel listino bloccato e uno assessore comunale che, prima di dimettersi per via di un mezzo scandalo, di fatto dava ordini a un secondo cittadino seduto nell’ufficio che era ancora come se fosse del padre. Quel presidente di Regione oggi dispensa ordini dal balcone di una diretta social, da quella moderna piazza Venezia pronuncia colossali sciocchezze che nessuno o quasi controbatte. Neanche quando dice che «nessuno salterà la fila per i vaccini» si alza qualcuno per fargli notare che il primo a saltarla è stato lui.
Oggi Letta eredita anche tutto questo, insieme con ciò che resta di una base sana, di persone che ci credono, di amministratori perbene e volenterosi che si spendono per compensi ridicoli. Se ne era andato disgustato quasi quanto Zingaretti con una sostanziale differenza: non aveva diffuso quel malessere ma si era ritagliato uno spazio nobile da professore universitario a Parigi. E lì sarebbe rimasto se non fossero andati a richiamarlo quelli che non avevano fatto niente per trattenerlo. Sapevano che nessuno fra loro, fra quelli che avevano vissuto le ultime notti dei lunghi coltelli, sarebbe stato credibile per quel ruolo. Letta ha accettato con parole nobili, dicendo di non cercare l’unanimità ma solo la verità.
Cose che fanno onore. Ben sapendo che, negli ultimi tempi, quel partito per tornare a vincere o per conservare il consenso ha dovuto perfino nascondere il proprio simbolo, come nel caso del presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. O anche dell’attuale sindaco di Livorno, Luca Salvetti, che in campagna elettorale era costretto a precisare di non avere a che fare con il Pd. Un Pd che anche qui in Toscana è quasi come quello di De Luca, dove al vertice regionale segretaria e vice si accapigliano per un’intervista. E alcune federazioni sono in mano a notabili autoreferenziali che, con il loro modo di fare, tengono alla larga tutti quelli bravi che potrebbero dare un contributo prezioso.
L’arrivo di Enrico Letta potrebbe essere una grande occasione per invertire la rotta. Quel che temo è che lo abbiano chiamato solo perché è perbene, che facciano finta di diventare tutti "lettiani" fino a quando sarà necessario. E poi, di nuovo come prima, più di prima. Fino a un nuovo povero diavolo costretto a dire «avanti il prossimo, gli lascio il posto mio». –
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