Gioco
Se i conflitti di interesse coincidono
Tanto tuonò che piovve. Nel mio monitoraggio quotidiano, oggi registro con piacere dopo la schizofrenia accumulata nelle ultime settimane che la "marchetta saudita" ha finalmente conquistato la prima pagina del "Corriere della Sera" con la rubrica di Massimo Gramellini, considerata il biglietto da visita, la medaglia al petto, il top di gamma del quotidiano milanese.
Il titolo scelto, tra l’altro, mi fa togliere anche uno sfizio, gradevole per quanto inatteso, di cui ovviamente mi accorgo solo io, che vale come piccola soddisfazione personale. A una certa età e da pensionati non si butta via nulla. Di "mossa del cammello" scrissi il 28 gennaio scorso , titolando un mio post su questi "muretti" di Facebook, uno dei primi della mia personalissima campagna contro la vergogna neorinascimentale del Renzi d’Arabia.
Campagna che ora vedo, con soddisfazione ben maggiore rispetto a quella primogenitura creativa, ormai dilagante nonostante la pari arroganza del Renzi medesimo. Arrivato al punto di non ritorno del ridicolo con l’autointervista che ha alimentato un vero e proprio nuovo genere di ironia social.
Non mollo un giorno questa battaglia, sul doppio fronte della politica e del giornalismo, perché ritengo questa storia qualcosa di molto, molto più grave per la Democrazia delle umane e ininfluenti sorti politiche di un furbastro che, da quando è apparso sulla scena pubblica, crede di poter prendere per le dune il mondo intero, complici normative che riducono l’etica pubblica (quella privata è privata e ognuno ha la propria) a ridicola pretesa da sfigati.
Renzi e tutti quelli che, in ogni angolo della clientela politica nazionale lo imitano alla meno peggio, passerà come son passati tanti prima di lui, altri arriveranno, magari un filino meglio, e non ci vuole molto. O forse anche peggio, anche se è dura. Per questo le regole sono importanti: per fissare i paletti dell’etica pubblica, soprattutto nei confronti di chi ha compiti di rappresentanza parlamentare e istituzionale. Perché è ormai evidente a tutti che la nostra Democrazia, repubblicana e costituzionale, ha bisogno di un corposo tagliando. Anche e soprattutto in quell’ingranaggio scassato del conflitto di interessi che da Silvio Berlusconi, ovvero da oltre un quarto di secolo a oggi, è uscito dai radar del minimo sindacale della legalità oltre che dell’etica.
Non a caso l’unica intervista che Matteo Renzi ha concesso oggi, violando l’esclusiva finora riservata al suo giornalista preferito, Renzi Matteo, è quella apparsa sul "Giornale" a firma di Augusto Minzolini. È facilmente reperibile sul web.
Minzolini, incalzando Renzi in modo spietato a colpi di risposta senza botta, ma a indignazione condivisa per il «giustizialismo imperante che diventa odio personale» nel caso della povera vittima neosaudita, usa l’intervista per tirare il cammello dove vuole lui. Ovvero la minaccia vera che incombe su tutti noi con la riforma della prescrizione e il partito giustizialista della magistratura politicizzata, entrambe ben più sanguinarie del neorinascimentale regime di Mbs. A Renzi, che è d’accordo su entrambi i fronti, ovviamente non fa né caldo né freddo, anzi, ricordare che Minzolini è quel signore che, grazie per l’appunto a 19 decisivi voti degli allora renziani del Pd associati a Forza Italia, fu salvato dalla decadenza da senatore. Come imponeva la legge Severino dopo la condanna definitiva a due anni e mezzo per il reato di peculato relativo a 65mila euro di rimborsi spese mai giustificati durante la sua (breve) direzione del Tg1. E che lo stesso autorevolissimo intervistatore abbia beneficiato proprio della prescrizione, quando si dice il caso, nel processo per la rimozione, quella sì di matrice politica, della collega Tiziana Ferrario dalla conduzione dello stesso Tg1 in piena epoca di epurazioni berlusconiane. Altro che conflitti di interesse, qui gli interessi combaciano alla grandissima. --
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