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Ma vi è piaciuto o no? Il solito Festival che spacca l’Italia

Ma vi è piaciuto o no? Il solito Festival che spacca l’Italia

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Insomma, alla fine la domanda, dopo cinque serate, è se vi è piaciuto o no questo Festival mai visto, il primo Festival senza pubblico in un Ariston spettrale. Perché, a dispetto degli ascolti in calo, anche quest’anno Sanremo ha monopolizzato la discussione dividendo l’Italia in guelfi e ghibellini, quelli che non ne perderebbero mai una serata e quelli che preferirebbero l’ennesima replica di "Quo Vadis" pur di evitare le canzonette. Perché Sanremo o lo ami o lo detesti.

Gli accostamenti generazionali tra vecchi cantanti e nuove proposte, l’insistenza sul dato spettacolare e soprattutto l’infinita lunghezza del programma, oramai per nottambuli incalliti: ecco i temi su cui si sono pronunciati Toto Barbato, gestore del The Cage di Livorno, uno dei locali di avanguardia della scena musicale, e Massimo Cotto, giornalista, scrittore e voce storica di Virgin Radio.

Toto Barbato (direttore artistico The Cage)
UNA VENTATA DI NOVITÀ CHE FA BENE

Conosco molto bene l’atmosfera di Sanremo e dei festival che vi si svolgono. Sono stato su quel palco come musicista in Sanremo Rock, come tour manager in parecchie edizioni del Premio Tenco. Infine del 2020 ho accompagnato, in veste di manager, Bobo Rondelli per la sua esibizione al Festival della Canzone. Negli anni scorsi c’è stata una grande stagnazione del Festival, anche legata a quella dell’industria musicale. Questa settantunesima edizione ha portato una sperata innovazione. Prima ci andavano i grandi classici, e le cose che vendevano le trovavamo altrove. Quest’anno c’è stata un’apertura dirompente. Molti degli artisti che salgono sul palco hanno suonato in passato al The Cage, che è un club con un indirizzo artistico ben preciso, attento ai gusti dei giovani. Orietta Berti non è mai venuta, però se vuole passare al "The Cage" è la benvenuta: farei il sold out.

A parte gli scherzi nell’edizione 2021 c’è, a prescindere dall’età, una musica giovane. Purtroppo non lo è quella dei Maneskin (i quali oltretutto hanno suonato al The Cage), che essendo rock sono considerati per i "vecchi", tant’è che piacciono alle mamme. Mia figlia ha 18 anni e spesso mi fa ascoltare le sue cose, tra le quali Madame che è in gara al festival. Hanno svecchiato il pubblico di Sanremo muovendosi anche su nuove piattaforme, diverse dalla Tv. Chi ha 16, 17, 20 anni non sta davanti alla tv, ma in cameretta con il pc e quindi su Rai Play. Sanremo è una lunga maratona televisiva? Certo, lo è perché su cinque ore in onda riesci a primeggiare negli share in tutte le fasce orarie soprattutto in quelle notturne quando, per i nottambuli come me, è l’unica cosa guardabile: una diretta e non una triste replica o altre trasmissioni orribili.

Sanremo nel 2021 è stata un’occasione per far lavorare artisti e musicisti che altrimenti sarebbero stati fermi. La Rappresentante di Lista, esattamente un anno fa oggi, dopo aver fatto settimane di prove del loro show da me, al The Cage, smontarono tutto e tornarono a casa ed il loro tour cancellato. Io chiusi il locale che ancora oggi non ho riaperto. Era quindi giusto sollevare il problema dei lavoratori dello spettacolo. Lo Stato Sociale l’ha fatto dando la possibilità a tutti noi di denunciare la situazione.

Dopo essere stato sul palco, il mio cellulare è esploso per le chiamate e i messaggi di solidarietà che ho ricevuto. Lo Stato Sociale, che ha sollevato il problema in maniera dirompente, era in gara e hanno colto l’occasione, ma anche la direzione del Festival ha fatto qualcosa. La sera di venerdì infatti sul palco sono salite Amoroso e Gioli per denunciare a loro volta la situazione dei lavoratori dello spettacolo, sia musicali che teatrali, e in altre occasioni il problema è stato sollevato. Consideriamo poi che in Italia ci saranno 15/20 artisti che possono permettersi di perdere una stagione, molti altri vivono solo di concerti e quindi sono alla fame.

Ora la possibilità data dal Festival ha permesso a questi giovani artisti di costruirsi una visibilità che potranno utilizzare e sfruttare quando riprenderà l’attività live. È stato giusto aver fatto Sanremo in ogni caso. Io l’avrei fatto con il pubblico in sala. Non ho capito le polemiche sul perché non aprire il teatro. Nel 1950 era un festival perché quella era l’idea di festival, che poi si è legata ai raduni live. Sanremo ora è un programma tv e non si capisce perché altri programmi su emittenti private abbiano il pubblico in sala e la Rai no. Le altre emittenti lo fanno quotidianamente con i loro protocolli.

Sarebbe bastato pagare un 100/200 comparse, poca gente, coppie o lavoratori dello spettacolo, magari, per risparmiare, anche persone di Sanremo o della Liguria così da non spendere in trasferte e alberghi. In tal modo oltretutto avresti fatto girare qualche soldo in questo momento difficile. Sarebbe stato un Sanremo più bello e con gli applausi veri. Ne è seguita una polemica oltretutto nata da ambienti di cui io faccio parte, chiedendo perché loro sì e noi no. Poteva essere un esperimento per trovare delle soluzioni e dei protocolli che portavano, attraverso uno studio serio a soluzioni per fare ripartire la nostra attività. Non se n’è fatto nulla perché sui social è montata la polemica e il ministro si è spaventato. Quando la politica si fa ascoltando i social rabbrividisco.

Massimo Cotto (conduttore di Virgin Radio)
CANZONI E ASCOLTI, NOTE STONATE

Il mio rapporto con il Festival è lungo quarant’anni. Ho fatto parte della giuria di qualità con Baudo (presieduta da Carlo Verdone), due volte ho selezionato i giovani, nel 2010 sono stato autore e per 12 anni Presidente commissione o direttore artistico di area Sanremo. Ho poi i bellissimi ricordi delle 4 edizioni in diretta su Rai Radio 1 in coppia con Sandro Ciotti. Sebbene ora lavori per Virgin Radio, emittente decisamente rock, non coltivo nessun snobismo e lo considero una vetrina straordinaria. Pure tutti gli alternativi che lo criticano, anche aspramente, vorrebbero andarci. Su quel palco sono passati i più forti rappresentanti del rock italiano:Afterhours, Marlene Kuntz , Subsonica. Dipende come ci vai, con che canzone lo fai e con quanta coerenza.

Negli anni del Festival ho visto le diverse fasi anche drammatiche. Penso a Cecchetto con la diretta solo dell’ultima sera, ai playback anni ’80 e le poche speranze date al Festival, che però nel tempo si è ripreso. Almeno fino a una decina di anni fa però era solo un evento tv in cui per garantire gli ascolti si invitavano personaggi espressamente scongelati per il festival, pensando ad un pubblico più agée. Quest’anno è stato quello della svolta, con un cambio di passo.

In questo Sanremo ho trovato rappresentata una robusta fascia di stili e generi. In quest’ansia, nobile e meravigliosa di rinnovare e slegarsi da logiche tv, però non ho ascoltato grandi canzoni, meno rispetto a ciò che mi sarei aspettato, a parte Madame, Coma_Cose, Stato Sociale, La Rappresentante di lista, Colapesce Dimartino. Da altri mi aspettavo cose migliori, più fulminanti, non ho visto il Diodato dello scorso anno. Mi hanno poi lasciato l’amaro in bocca: Arisa, Max Gazzè e Renga da cui mi aspettavo un colpo d’ala e che alla fine hanno deluso sia come canzoni sia come presenza scenica.

Quest’anno, in occasione di un momento di coraggioso rinnovamento avrei voluto maggiore attenzione sulle canzoni; mi sembra invece che si sia puntato sui nomi giusti ma con canzoni sbagliate. E poi mai più 26 artisti che ti obbligano a arrivare alle 2 del mattino, non reggo questa lunghezza. La gara ha la sua sacralità. Non posso in un’ora e mezza vedere solo due cantanti. Un tempo c’erano pochi ospiti: uno in apertura, uno a metà e uno in chiusura. Così potevi ascoltare gli artisti uno vicino all’altro e non a macchia di leopardo. Ci sono poi molte altre cose che non mi hanno convinto sino in fondo: ad esempio alcuni dei duetti. Li ho trovati incomprensibili nella loro natura e anche dal punto di vista esecutivo. Senza poi contare che in tutte le serate su 26 artisti in gara di pochissimi si capiva cosa dicessero e che molti hanno cantato male.

L’aspetto televisivo e in generale lo spettacolo ha avuto purtroppo lo scotto della mancanza del pubblico e degli applausi veri. Il giudizio resta sospeso, non hai un immediato riscontro. Manca quell’effetto traino per cui ridi di più se ridono gli altri, lo stesso vale per gli applausi ai cantanti. Il lato positivo e impagabile è che si sia deciso di andare in una nuova direzione per il festival con un’edizione che fa da spartiacque, con un aspetto più rappresentativo della società. L’anno prossimo con il nuovo direttore artistico può essere che cambi di nuovo tutto. C’è da considerare una cosa: Sanremo scatena la sindrome del "commissario tecnico". Tutti siamo convinti che con un’altra formazione avremmo spaccato e che quelli che scelgono non capiscono mai niente. Il bello di Sanremo è divertirsi a cercare ciò che non funziona. Comunque il Festival va sempre fatto. Amadeus non avrebbe dovuto inizialmente impuntarsi sul pubblico, perché con l’industria dello spettacolo ferma queste frasi possono essere interpretate male e diventare negative, gettando antipatia sull’evento. Il festival genera profitto alla Rai, è una vetrina per tutti, investitori e artisti per i quali in questa situazione la visibilità di Sanremo vale molto di più. Altra cosa che mi ha deluso sono gli ascolti: alti però mi aspettavo "percentuali bulgare". Probabilmente tutte le polemiche prefestival hanno influito. Comunque Sanremo è Sanremo perché rappresenta perfettamente ciò che siamo e che saremo; è un posto dove vale ciò che non vale altrove. Tutto è diverso: un non luogo dove però va in scena la vita. --

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di Redazione web