La protesta
Le donne in politica e l’enigma quote rosa. Servono oppure no?
Poche ministre, neppure compensate dalla presenza delle sottosegretarie. E poche, soprattutto, tra le fila di un’area politica - la sinistra e in particolare il Pd - da sempre molto sensibile al tema della rappresentanza femminile delle istituzioni e nella politica. E’ stata una settimana di polemiche e accuse: 8 ministre su 23, e nessuna del Pd, donne sacrificate dal gioco delle correnti. Tanto da rinfocolare un dibattito mai sopito sull’efficacia o meno delle "quote rosa": un insieme di regole che prevedano per legge una determinata presenza femminile. Lo strumento delle quote è già stato applicato in politica: alle ultime elezioni regionali abbiamo dovuto esprimere una preferenza maschile e una femminile. E anche in altri campi della vita, come i consigli d’amministrazione delle società pubbliche. Ma sono davvero utili? O è meglio lasciare spazio al solo merito? Ne parlano Rosanna Pugnalini, presidente della Commissione Pari Opportunità della Regione, e Giordana Giordini, imprenditrice del settore orafo e dirigente di Confindustria Toscana Sud.
Rosanna Pugnalini (Comm. pari opportunità Regione): Un mezzo utile per battere il monopolio
Nel periodo più difficile, dal dopoguerra a oggi, mentre il Paese si misura con la tragedia della Pandemia da covid19 e la conseguente crisi economico sociale, con le donne in prima linea a gestire un surplus di responsabilità e lavoro di cura, la politica italiana si dimentica di utilizzare appieno le competenze femminili. Anche il nuovo governo Draghi prende il via con solo 8 ministre su 23 caselle e un serio problema si apre nei partiti, soprattutto a sinistra: il Pd e Leu, che pure hanno nei loro statuti la parità di genere, non riescono a mandare neppure una donna a ricoprire il ruolo di Ministra. Così, mentre nel resto d’Europa troviamo figure politiche femminili in ruoli di primo piano, da noi è donna solo un ministro su tre e per lo più si tratta di figure "tecniche".
Evidentemente il contesto culturale che, dai libri di scuola, ai media, alla pubblicità, si ostina a proporci modelli stereotipati continua a bloccare le leve del cambiamento e il motore che prova ad imboccare un cambio di rotta in politica, innescato dalle leggi incentivanti la parità, tira continuamente il freno. Come recuperare la partecipazione ai luoghi decisionali di quella metà del Paese che sta pagando il prezzo più alto, sia in termini di occupazione che di servizi, anche nell’emergenza Covid è un tema non più rinviabile: deve entrare con forza nell’agenda politica con i fatti e non solo a parole.
Le cosiddette quote rosa, ben stabilite e con regole stringenti, in tanti Paesi hanno funzionato bene. Da noi le quote hanno prodotto effetti contrastanti: sono facilmente aggirabili e in molti casi mancano deterrenti concreti al loro mancato utilizzo. Inoltre sono viste con diffidenza, sia da una buona parte della componente maschile (forse perché vanno a diminuire i posti a disposizione?) che da alcune donne impegnate in politica anche per la paura che le quote possano minare la credibilità dell’impegno femminile.
Il mio pensiero sulle cosiddette quote è chiaro e l’ho espresso anche nel mio libro, "Caro, questa sera cucini tu", pubblicato lo scorso settembre. Sono favorevole alle quote a patto che la questione venga rimessa all’interno di un dibattito culturale corretto: le quote non sono un privilegio, ma un modo per ristabilire un equilibrio, un bilanciamento. Il fatto che siano, ancora oggi, percepite più come una tutela che come un diritto resta un grande limite.
Ecco perché dovremmo invertire il ragionamento, partendo da un esempio virtuoso che proviene dall’economia: quando c’è un monopolio entra in campo l’Antitrust. E’ così che dovremmo presentare l’argomento: un meccanismo utile a rimuovere una situazione di monopolio. Perché va detto chiaramente, quella della presenza maschile nei luoghi decisionali è una situazione monopolista, costruita nei secoli e confermata, ancora oggi, dai fatti, da studi e statistiche. Per questo necessita una grande operazione verità: le quote non sono e non devono essere considerate una tutela, piuttosto un meccanismo utile a riequilibrare un deficit di democrazia. Un primo passo, utile per mettere in vista le capacità e le competenze femminili, anche se non risolvono il problema alla radice. Un utile punto di partenza e non di arrivo, da accompagnare da una seria selezione che deve riguardare tutta la classe dirigente, sia femminile che maschile. Tema, quest’ultimo, che in politica e non solo deve trovare una sua centralità.
Inoltre sono convinta che non servano "donne immagine" con cui si riempie qualche casella per dimostrare che la presenza femminile è rispettata. In sintesi ritengo poco utile che le donne debbano avere la strada spianata in quanto donne: così come gli uomini anche le donne non sono tutte uguali e il merito deve essere al primo posto, ma deve essere chiaro quanto sia difficile mettere in evidenza le capacità femminili se i luoghi dove farlo sono occupati da uomini.
Giordana Giordini (Confindustria Toscana sud): Ne farei a meno siamo forti, basta il merito
Sono una profonda sostenitrice del merito, le Quote rosa mi piacciono molto meno perché non trovo giusto che nel caso in cui ci sia da assegnare un certo numero di incarichi si debba scegliere con una spartizione numerica: per esempio su una base di quattro due uomini e due donne, mentre magari le migliori possono essere tutte donne. Oppure, al contrario, sarebbe giusto affidare i posti in questione a quattro uomini.
Non dico che le quote rose siano totalmente da cancellare ma noi non dobbiamo avere dei ruoli per "figura" o perché qualcuno ce li ha concessi. Il nostro bagaglio professionale e culturale non deve essere affatto sminuito da questo meccanismo di rappresentanza.
Mi piace pensare che una donna vada avanti nel mondo economico, oppure anche in quello politico, per quello che porta, per il suo valore aggiunto. E di questo noi ne abbiamo tanto. Ci sono molte mansioni, penso nel campo dell’imprenditoria, dove noi siamo più brave dei nostri colleghi perché siamo maggiormente organizzate e abbiamo una visione più completa dell’ambito in cui ci dobbiamo muovere. Forse perché queste caratteristiche ce lo portiamo dentro da tempi atavici, come se fossero da sempre nel nostro Dna. Dobbiamo organizzare più fronti nella nostra vita, anche la famiglia e la gestione dei figli, e quindi abbiamo fatto di necessità virtù e siamo più abituate a ragionare per schemi organizzativi.
Più che parlare di Quote rosa dobbiamo concentrarci sull’aspetto educativo, mettere su ogni nostro percorso impronte rispetto all’importanza della donna che non deve essere mai sminuita rispetto all’uomo.
La mia azienda è stata fondata cinquanta anni fa da mia madre che ancora continua a dare il suo apporto, lei mi ha sempre incentivato riguardo alla mia realizzazione. Quando avevo i figli piccoli mi diceva: «Non abbandonare il lavoro, fatti aiutare e anche se per questo devi spendere quasi tutto quello che prendi, non importa».
E io sto cercando di fare lo stesso, di trasmettere gli stessi concetti a mia figlia e mia nuora. Così tento di fare anche nell’ambito di Confindustria dove porto le stesse idee come presidente, già al secondo mandato, della sezione orafa della Toscana sud. Nello stesso modo, gli uomini devono tenere nella considerazione adeguata le loro mogli, le loro figlie e le loro sorelle.
Su questi fronti non bisogna mai stancarsi: ci vuole forza, coraggio e perseveranza. Volere è sempre potere. Anche perché sono convinta che le donne abbiamo una grande capacità di emergere: se si prefissano un obiettivo riescono ad ottenerlo.
E se le donne vanno d’accordo formano sempre grandi squadre, diventano invincibili. Diciamo che possiamo salutare con bel "ciaone" i nostri concorrenti maschi. In questo senso credo anche che sia fondamentale credere più in noi stesse e fare lobby in misura maggiore rispetto a quanto riusciamo a fare ora.
Il problema è che in Italia siamo ancora indietro su tutti questi aspetti. Dalla mia esperienza vedo che siamo più arretrati rispetto a molti altri Paesi dove negli ultimi anni sono stati fatti importanti passi avanti. Certo, non che il nostro paese sia rimasto completamente fermo. E infatti, di recente, ho letto con piacere la nomina di Elena Goitini ad amministratore delegato di Bnl-Bpn Paribas, la prima donna in Italia a guidare una grande banca.
Dunque è indispensabile migliorare questa tendenza perché per noi rimane, comunque, ancora più difficile emergere e riuscire a mostrare le nostre caratteristiche, il nostro valore.
E contro qualsiasi differenza di genere, la nostra arma più importante, ribadisco, è solamente il merito.
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