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Autonomia vaccinale ed errori fatti

Luigi Carletti
Autonomia vaccinale ed errori fatti

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Se l’Italia arriverà davvero alla produzione dei vaccini anti-Covid, per molti sarà la dimostrazione che in tempi di emergenza, è bene che ogni Paese possa contare sì sugli altri ma soprattutto sulle proprie risorse. Chi fa da sé fa per tre, ci dicevano da bambini per educarci all’autonomia e all’indipendenza. Appunto: autonomia e indipendenza. Che in ambito sanitario equivalgono a tre requisiti fondamentali: capacità di prevedere scenari, investimenti nella ricerca e nello sviluppo, organizzazione e coordinamento sul territorio. Tre requisiti che all’Italia, nella prima fase della crisi, sono in gran parte mancati. Basti pensare al piano pandemico mai aggiornato, alla mancanza degli strumenti fondamentali per il personale medico e infermieristico, al caos di decisioni con il frequente conflitto tra Stato e Regioni. Questi tre fattori hanno pesato sulla storia della pandemia in Italia e continuano a pesare moltissimo. In tutto ciò, le difficoltà che stiamo avendo con la fornitura di vaccini non rappresentano neanche il problema principale, ancorché il più evidente perché tutti (o quasi) siamo in attesa della sospirata dose.

In questi giorni fior di esperti ci hanno spiegato che cosa significhi produrre vaccini: riconversione di impianti o realizzazione di nuovi, coordinamento tra realtà produttive diverse, investimenti massicci. L’Italia nel passato è stato un paese all’avanguardia e tutt’oggi la sua industria farmaceutica è tra le prime al mondo, ma nel periodo delle dismissioni pubbliche e delle vendite a prezzi di saldo, molti pezzi sono passati in mani straniere. Anche perché le aziende italiane, e con loro i decisori pubblici, hanno virato su settori considerati - fino a poco tempo fa - di maggior forza (e quindi remunerazione) rispetto a quello delle malattie infettive. Probabilmente si è ritenuto che nel ventesimo secolo l’umanità avesse ormai vinto la sua battaglia contro le epidemie. Un calcolo smentito dai fatti recenti.

Quindi oggi, sentir parlare di "autarchia vaccinale" fa sorridere e fa riflettere: se una lezione dovremo trarre da questa pandemia, sarà rileggere la storia della sanità italiana negli ultimi decenni, per provare a comprendere quanti e quali errori si sono fatti (e si continuano a fare) per non aver, non dico saputo prevedere, ma neanche provato a immaginare quali scenari potessero attenderci.

Ma che cosa significa, oggi, immaginare scenari in quest’ambito? Se qualcuno sabato sera ha visto "Indovina chi viene a cena", il programma di Rai 3, si sarà chiesto se davvero è possibile che ancora oggi, in Italia, avvenga quanto la conduttrice, Sabrina Giannini, ha provato a spiegarci. Dico "provato" perché i casi descritti apparivano talmente abnormi da risultare incredibili. Purtroppo però quella è la realtà: mi riferisco in particolare agli allevamenti di visoni in prossimità degli allevamenti di maiali in Val Padana, quando si sa per certo che i visoni sono gli animali da cui è transitato il virus originato dai pipistrelli. Mi riferisco anche alle carenze di controlli sul mondo della caccia e al consumo di carni selvatiche, con l’attività venatoria che in alcune zone non si è fermata neanche nel periodo peggiore della pandemia. Anzi, in alcune regioni si è approfittato dei lockdown per concedere deroghe particolari alle associazioni dei cacciatori che in nome del "controllo della fauna selvatica" hanno così bypassato i tanto detestati Dpcm.

Oggi, se da un lato probabilmente è giusto pensare a una qualche "autonomia vaccinale" (evitiamo il nostalgico "autarchia"), sarebbe ancor più opportuno tenere a mente tutto ciò che è mancato in materia di prevenzione, di organizzazione e di controlli. I maggiori esperti, quelli che vanno in tv il minimo necessario, ci avvertono che questa pandemia sarà lunga e che purtroppo non sarà l’ultima. Tra i tanti discorsi ascoltati finora, ne manca uno. Fondamentale. Titolo: a futura memoria. Tutto ciò che dobbiamo imparare dagli errori fatti. --

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di Redazione web