Sicurezza
La politica e la riffa degli aiuti
L'editoriale. «Scusate, non ce la faccio più» ha scritto Stefano prima di togliersi la vita nella sua agenzia di viaggi a Carmignano. Ma chi dovrebbe chiedere scusa non è lui
Colpisce quel biglietto con scritto «Scusate, non ce la faccio più». È il messaggio di un uomo distrutto, che ha lottato e fino all’ultimo ha provato a reagire. Si chiamava Stefano, aveva 68 anni e ogni mattina andava ad aprire un’agenzia di viaggi a Carmignano, vicino a Prato. Un’agenzia dove non entrava più nessuno perché viaggiare ormai è solo esercizio mentale. Lui restava accanto a un telefono perennemente muto e all’ora di pranzo usciva, girava la chiave e passava dal bar a salutare. Ogni giorno, da quasi un anno, con dignità e buona educazione.
Poi giovedì quel biglietto scritto con calma e meditato a lungo. Con la decisione di salutare per sempre. Stefano è un morto che parla, che ci dice molte cose con un biglietto. Lo voglio rilanciare quel messaggio, perché non lo riesco a mandar giù. Chi dovrebbe chiedere scusa non è Stefano, costretto a umiliarsi in estenuanti pratiche per avere qualche indennizzo miserevole, elemosina di Stato erogata con la vergognosa fila virtuale che si chiama “clic day”.
In pratica è una riffa, una lotteria per disperati: ci sono pochi soldi e non bastano per tutti, il primo che clicca prende e porta a casa le briciole e per gli altri resta una sorta di “ritenti, sarà più fortunato”. Lui era stanco di chiedere e di non ricevere, di umiliarsi.
Non è bello vivere in uno Stato che permette queste cose, che diffonde vergogna a chi si trova senza i soldi per pagare un affitto, a chi deve chiedere aiuto a un amico o a un parente per mettere insieme il pranzo con la cena.
Quelli come Stefano sono tanti, troppi, e per fortuna sono pochi quelli che si sono arresi. Tutto intorno ci sono quelli che sono nelle stesse condizioni, o che potrebbero esserci, che tacciono e vengono umiliati. E c’è chi organizza fiaccolate di protesta e lancia appelli. Pur sottolineando di «non voler sfruttare la tragedia, quello è e resta un dolore privato», come ha fatto ieri su questo giornale Pier Carlo Testa, presidente di Fiavet Toscana, l’associazione che rappresenta tour operator e agenti di viaggio.
Sì, è un fatto privato ma apre uno squarcio sulle enormi ingiustizie che stanno scavando un solco fra gli ultimi della fila e quelli che per loro fortuna non hanno almeno momentaneamente da temere. Inoltre, apre una voragine nella considerazione di chi avrebbe potuto evitare tutto questo.
L’emergenza Covid è vecchia di un anno: il primo lockdown, quando ci hanno rinchiusi in casa, è del 9 marzo. In quel primo periodo era comprensibile qualsiasi stortura, qualsiasi disagio. Poi, però, il tempo per organizzarsi ci sarebbe stato. E invece siamo ancora qui a parlare di elemosine, di indennizzi, di pochi spiccioli che non compensano le perdite. Siamo all’impoverimento senza rimedio, alle code alla Caritas. Al salto nel buio.
Che si accosta all’altro disagio pesante, quello del personale degli ospedali, costretto ad assistere al ritorno del peggio, all’emergenza vera, mentre nelle stanze del potere si fa fin troppa propaganda sui livelli di vaccinazione che sono ben lontani da quelli promessi. Riporto qui il messaggio di un medico amico, è dello scorso 23 febbraio: «Stavo leggendo una chat dove sono insieme a tanti colleghi delle medicine e pneumologie di tutta l’area delle province di Firenze, Prato e Pistoia. Siamo messi male, pieni di pazienti Covid. Turni di guardia massacranti e sottopagati».
Va così da tempo e i più non ci fanno caso. Specie nelle stanze del potere regionale dove si continua a litigare su due o tre poltrone di sottopotere. O a Pistoia, dove si lanciano strali verso un giornale – il nostro – che racconta la verità. E cioè che stava per arrivare la zona rossa, perché la situazione dei contagi era (e ancora è) preoccupante.
E tutto intorno, chi commenta, spesso insulta o minaccia. Siamo a pochi passi dal “tutti contro tutti”, perché si è smarrita la bussola del rispetto. E, soprattutto, perché non si riesce a comprendere che chi resta indietro non ha colpe. Questa pandemia è stata un’enorme estrazione della Lotteria della sfiga dove siamo stati costretti a partecipare senza neanche comprare il biglietto. È come una roulette russa, eppure sfugge questa percezione. I più son lì a pensare che non sono affari loro ma di quelli che non ce la fanno, senza rendersi conto che al prossimo giro potrebbero essere i protagonisti del disagio.
E dunque, in mezzo a tanto sollievo per il cambio di governo – dai Bonafede alle Cartabie è un gran bel salto in avanti – qualche interrogativo pesante bisognerà pur metterlo. A partire dal fatto – come ha ben scritto Gustavo Zagrebelsky – «che la sostituzione del “basso” con un “alto” (...) non è buona cosa per la democrazia ma è ottima per l’oligarchia». Il primo punto di domanda riguarda la capacità degli enti locali di far fronte a un’emergenza che necessita di maggiori mezzi a disposizione. I presidenti di Regione sono fra il martello di regole ferree per il regime delle restrizioni anti-Covid e l’incudine delle richieste di aiuto delle categorie economiche più in difficoltà. Poi c’è il governo di Mario Draghi che regala speranza ma anche inquietanti interrogativi. Cosa vuol dire il presidente quando afferma che «ci vuole un sostegno al mondo produttivo, ma non si può salvare tutti. Ci vuole una maggiore selettività negli aiuti e la politica deve fare delle scelte. Bisogna salvare le imprese che andavano bene e le altre che già prima della crisi erano in difficoltà aiutarle a ristrutturarsi o farle uscire dal mercato»?
Siamo alla politica che sceglie chi salvare e non dice chiaramente che fine si vuol far fare agli altri: ancora sussidi irrisori e “clic day”? Siamo alla politica che parla di imprese e non di uomini e non è un vizio solo dell’ultimo inquilino di Palazzo Chigi. Dietro ogni scelta ci sono i freddi numeri, non da oggi. Il Pil, i parametri di spesa, hanno asciugato i sogni, le aspettative, la felicità. E si parla solo di bilanci e poco o niente di quelli che rischiano di non farcela più.
Va bene: purtroppo Stefano, quello del biglietto “Scusate, non ce la faccio più”, gestiva un’attività momentaneamente senza futuro. L’aiuto a uscire dal mercato poteva davvero essere fatto di rincorse ai sussidi o di riffe per l’elemosina? Dovremmo dare al più presto risposte a queste domande. Capire se possiamo considerare normale che qualcuno ci scriva un biglietto con scritto “scusate” quando sarebbero gli altri a doversi scusare con lui e con tutti quelli che rischiano di non farcela.
Non è demagogia spicciola, non è spargere sogni di fronte a difficili realtà. Qui si tratta di recuperare la consapevolezza che se non salviamo tutti non si salva nessuno.
Certo, non è semplice. Ma sarebbe stato almeno decente cominciare a considerare inaccettabile il biglietto di Stefano, agente di viaggio morto senza colpe. Ed è stata cosa comunque lodevole che il presidente della Regione, Eugenio Giani, sia salito su un’auto per andare davanti a quell’agenzia dove non entrava più nessuno. È stato come se avesse portato un fiore e avesse fatto un inchino. Un piccolo, grande passo. Non basta, ma è già qualcosa. —
twitter: @s_tamburini
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