Sicurezza
Offese a Giorgia Meloni, la solidarietà che odora di malavoglia
Il commento. Mi preoccupano due aspetti in questa vicenda degli insulti sessisti e misogini all’onorevole Giorgia Meloni
Mi preoccupano due aspetti in questa vicenda degli insulti sessisti e misogini all’onorevole Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Fra questi non c’è il turpiloquio, il ricorso alle parole da bordello per offendere una donna, parlamentare: me lo aspetto da chi è istruito come il professor Giovanni Gozzini, ma colto no di sicuro. Il primo è la reazione tiepida della sinistra (non potendo parlare proprio di silenzio assoluto): si può però parlare di solidarietà "pelosa", scattata in molti casi, dopo l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il secondo è la mentalità da «quasi quasi se l’è cercata» o «Un po’ le sta anche bene» perché proprio simpatica quella Meloni lì non è. È la stessa mentalità che trasforma le donne stuprate da vittime a imputate.
Alla base di entrambi i difetti, spiccatamente italiani, c’è la nostra cultura di ostilità non solo nei confronti delle donne ma, in generale di chi non appartiene al nostro clan. Giorgia Meloni è di destra e per molta parte della sinistra questo è stato sufficiente per non prendere le distanze dagli insulti che le sono piombati addosso. Oltretutto il maltrattante - perché questo è stato il docente universitario - appartiene al cerchio degli intellettuali di sinistra. Quindi, come si fa a colpire duro?
Si fa (o si dovrebbe), perché esiste una regola che sta alla base dei principi: essi sono solidi, inestirpabili, se valgono senza eccezioni. Se si applicano a tutti. Il sessismo e la misoginia non sono né di destra né di sinistra. Perciò il silenzio della ministra delle Pari Opportunità, Elena Bonetti, pesa. Come pesano le giustificazioni di rincorsa che circolano sui social: «Ma una volta a un comizio, la Meloni è stata chiamata zoccola da Berlusconi ed è stata zitta». Oppure: ma che vuole lei che «in aula ha definito Giuseppe Conte un criminale».
Il fatto che Giorgia Meloni abbia un modo di fare politica becero (non condivisibile, strillato e magari anche infarcito di insulti) non autorizza nessuno a insultarla. Non in uno Stato che si proclami etico e di diritto, dove non si procede per vendette e ripicche, ma in base a regole che distinguono chi agisce bene da chi agisce male.
Tanto meno - eccolo il secondo punto - il modo di fare politica di Giorgia Meloni autorizza nessuno a pensare che la deputata si sia meritata gli epiteti di scrofa o vacca perché il suo modo di fare politica (attenzione: l’agire, non la persona) ci sono sgraditi. Giorgia Meloni non si è andata a cercare gli insulti. Questa è la mentalità di chi pesta le donne o le ammazza: "In fondo se l’è meritato". E se il professor Gozzini non risponderà in modo adeguato di quello che ha commesso, insomma se se la caverà con poco - caro distratto e silente ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi - avrà vinto lui. Avrà dimostrato che, in fondo, non ha fatto nulla di male. Ha solo insultato a morte una donna. --
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