Sicurezza
Nell’isola di Lupin, ora a Capraia vince la diffidenza: «È l'occasione per fare pace con un tragedia di 21 anni fa»
Un cartello blu in dialetto capraiese appeso in piazza Milano, tra le telecamere che non hanno funzionato e il tabaccaio: «Qui nessuno ha mai chiuso a chiave» I carabinieri indagano. «È uno di noi»
CAPRAIA ISOLA. «Cu tempo e cu la pagghia mature la sorba e la canagghia». Il cartello blu in dialetto capraiese appeso in piazza Milano, tra le telecamere che non hanno funzionato e il tabaccaio derubato dei risparmi di una vita, doveva valorizzare la storia e l’identità dell’isola. Invece, leggendolo ora, sembra molto di più di un messaggio per il ladro d’inverno, quella canaglia, appunto, che colpisce il mercoledì notte. Il “Giuda-Lupin” capace di derubare e sparire, dopo aver svuotato case e casseforti, come in un romanzo di Andrea Camilleri. Aumentando di ora in ora, di colpo in colpo, il sospetto e i mal di pancia dei capraiese. Costretti per paura a compiere gesti dimenticati, archiviati, «abitudini di città», le chiamano.
«Tra porto e paese nessuno ha mai chiuso a chiave la porta di casa – spiega uno signora fuori dal palazzo del Comune – da quando hanno rubato da Fabio (il vicesindaco, ndr) e al tabaccante non vedi più un mazzo attaccato alla serratura. E vogliamo parlare delle tende? Tanti non le hanno mai avute. Io le avevo tolte e messe nell’armadio». Invece adesso passeggiando per i vicoli e scalini di sasso e cemento che portano fino alla terrazza della “Bella Vista” ti accorgi che quasi tutti le tirano. Perché quello «che dà più fastidio di questa storia è che il ladro ci spia, osserva tutti per conoscere le abitudini di chi decide di derubare». Ma non solo perché come spiega Edilberta Deiana, Masaniello e pronipote di Goffredo Mameli che guida un gruppo di cittadini «stiamo preparando un documento anti-Giuda per chiedere un’assemblea pubblica e parlare insieme di come possiamo prevenire nuovi furti: più illuminazione, nuove telecamere e la collaborazione di tutti i capraiesi».
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.39908398:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2021/02/16/news/sull-isola-del-sospetto-1.39908398]]
Lo sa bene il comandante Giandomenico Romeo, che guida la stazione dei carabinieri, e in questa indagine sta cercando di prendere il ladro e insieme far pace col passato, rimarginando una ferita tra istituzione e popolazione profonda ventuno anni e mai completamente rimarginata.
Lo strappo risale il 30 ottobre del 2000. E fu terribile. Doloroso. Straziante. Per tutti. «Non si può dimenticare – spiega sottovoce chi c’era – perché ha segnato tutti noi». Accadde che l’allora vigile urbano che si chiamava Alessandro Benelli si rifiutò di scortare il medico che lavorava sull’isola a Livorno, anche se non era tenuto a farlo, come ricostruì il magistrato che archiviò l’inchiesta. Ma quel «no» fu una specie di miccia che mise di fronte le anime e regioni dell’isola. Per telefono ci fu una litigata con l’allora comandante in seconda dei carabinieri. Due giorni dopo – è domenica – in piazza vigile e militari si incontrano e se le cantano oltre le sante ragioni. Tanto da aprire un’indagine. Quando l’agente si presenta, il giorno seguente, alla stazione dei carabinieri scoppia un putiferio: Benelli viene arrestato. E secondo i militari si rischia una sommossa popolare e così viene deciso di trasferirlo a Livorno in elicottero.
Quella notte morirono sette carabinieri decollati dall’aeroporto militare, il vigile urbano e con lui una parte dell’isola. Romeo, che era andato via da Capraia da meno di due anni, nove anni fa è tornato. E la prima cosa che ha fatto è stata quella di presentarsi a casa dei parenti del vigile scomparso a chiedere scusa. Per sé che aveva vissuto il prima, per chi aveva sofferto. Per tutti.
«Non mi faccia parlare di questo – dice un isolano che era ragazzo con Benelli – perché non è facile, è una cosa profonda. Però oggi, se si vuole risolvere il caso è necessario che i capraiesi si fidino del comandante e lui di noi». Anche perché il profilo del responsabile lo hanno in testa tutti, da giorni, come spiega l’ex sindaco. «Nessuno in Capraia può passare inosservato, è uno di noi, purtroppo». Una persona abile con gli arnesi, forse ha usato una fresa per tagliare la cassaforte nascosta dietro a un quadro nella rivendita di tabacchi, oppure – come ripete Giovanni che di edilizia se ne intende – una taglia gesso «che fa meno rumore». Ma non solo, perché se è una persona sola, e non due, come qualcuno ipotizza, mastica pure di informatica.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.39908405:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2021/02/16/news/ho-fatto-i-nomi-ma-ho-perso-ricordi-e-amici-1.39908405]]
«Sarà un caso – ripetono fuori dall’unico bar aperto in questa stagione – ma chi è entrato mercoledì scorso dal tabaccaio sapeva che la telecamera in piazza non funzionava e passando dal retro ha camminato in un cono d’ombra, l’unico, evitando anche le telecamere di un’abitazione privata che invece erano accese».
Robertino, figlio di Barbanera, ha appena ormeggiato il peschereccio a banchina, nella parte più a nord del piccolo porto di Capraia. A prua c’è un ammasso di reti da cui spuntano teste e code di pesce. E tra una granseola e qualche pesce azzurro ecco uno scorfano che peserà quasi due chili. «Sa qual è l’unico modo per catturare un pesce così, che vive in profondità? Prima di tutto bisogna conoscere le mire giuste per andare a calare le reti costruendo così una trappola. È un’operazione che si fa al tramonto. Poi bisogna dare il tempo al pesce di incastrarsi nelle maglie. Ecco perché si torna a casa. E solo la mattina dopo si va a salpare». Proprio come gli investigatori che nell’ultima settimana hanno calato le loro reti. E ora spettano che là il tempo sia maturo per prendere quella canaglia. E magari fare pace col passato. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
