Il Tirreno

Toscana

Commercio, un’emorragia: in toscana perse oltre duemila aziende

I dati di Irpet e Unioncamere

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Ancora il profondo rosso in cui siamo finiti non è emerso fino in fondo. Di dati economici a disposizione ce ne sono pochi per fare un esame approfondito su quanta ricchezza, imprese e posti di lavoro siamo andati definitivamente perduti.

Grazie a delle stime elaborate da Irpet (Istituto regionale programmazione economica toscana), come spiega il ricercatore Nicola Sciclone, sappiamo che nel settore del commercio al dettaglio l’anno scorso, rispetto al 2019, abbiamo perso 3.497 addetti pari a meno 4,7% (da 74.873 siamo passati a 71.376). Secondo, invece, i dati di Unioncamere (sul portale Movimprese con l’analisi statistica trimestrale delle aziende condotta da InfoCamere dagli archivi di tutte le Camere di Commercio italiane), per quanto riguarda il settore del commercio in Toscana, le imprese cessate sono pari a 5.928 mentre quelle iscritte sono 3.219 con una perdita di oltre duemila attività (sono 96.642 quelle registrate e 86.781 quelle attive).

Su questi dati posizione risoluta quella delle associazioni di categoria del settore: «Siamo anni luce distanti tra quello che abbiamo preso dai ristori e quello che abbiamo perduto – spiega Vincenzo Cananzi della Fipet Confesercenti di Livorno – Noi abbiamo bisogno di lavorare, è questo quello che chiediamo».

«Ci hanno descritto come gli untori per eccellenza – va avanti – quando finiranno le moratorie dei mutui, quando ci sarà da mettersi a un tavolino e riconcordare il tutto con le banche. Quando ripartiranno le cartelle esattoriali che hanno rinviato a novembre. Ecco: a quel punto che faremo? Proprio in questi giorni abbiamo dovuto pagare Inps e Iva. I pagamenti vanno fatti ma noi lavoriamo al minimo. Si è vero, in Toscana abbiamo lavorato cinque settimane ma solo fino alle 18».

«Un nuovo lockdown sarebbe l’ultima mazzata – spiega ancora –. Per poter andare avanti bisogna stare aperti e lavorare. Più che ristori bisogna intervenire con la sospensione dei mutui, venire incontro sugli affitti ma non con crediti imposta piuttosto decurtando l’Imu ai proprietari».

E conclude con una proposta: «Aumentate i controlli ma fateci lavorare. Il pranzo sì, la cena no. Che senso ha? Non c’è una grossa differenza». —

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