Attenzione
Quella lezione chiamata Cinque stelle
Seduti nell’arena politica, molti osservatori scommettono ormai da settimane sulla deflagrazione del Movimento Cinque stelle. In quest’attesa scandita da pronostici e dalla puntuale registrazione dei fuoriusciti, c’è tutta la soddisfazione per la possibile fine di una parabola politica che, iniziata una decina d’anni fa, ha toccato il vertice con la vittoria delle elezioni politiche del 2018, quando i grillini hanno portato a casa il 32% dei voti, che tradotto in rappresentanza parlamentare ha significato 227 deputati e 112 senatori.
Sono i numeri di un grande successo elettorale e di una altrettanto grande débâcle per la politica tradizionale: un movimento capeggiato da un comico e da un’agenzia di comunicazione è passato in un decennio dai "vaffaday" ai consigli dei ministri, con i propri rappresentati seduti sulle più importanti poltrone di governo.
Uno scenario impensabile, fino a pochi anni prima. Che si potrebbe sintetizzare con la frase che il 14 maggio del 2015 Piero Fassino, sindaco di Torino, rivolse alla consigliera grillina Chiara Appendino: «Si segga lei su questa sedia, e vediamo se sarà capace di fare quello che dice di poter fare». Detto, fatto. Un anno dopo, nell’incredulità di molti, Chiara Appendino era eletta sindaco e tutti gli altri - Fassino incluso - stavano all’opposizione.
Incredulità. Uso questo termine non casualmente. Perché adesso l’incredulità, sentimento che poco si concilia con la politica, si sta trasformando in compiacimento. Sono in molti a sfregarsi le mani: è finita per questi parvenu della politica, il gradimento è in picchiata, in molti se ne vanno vagheggiando nuove formazioni politiche, altri sono semplicemente impegnati a chiudere la legislatura e capitalizzare quest’esperienza. Dei Cinque stelle tra qualche tempo resterà una paginetta di storia patria. Insomma, dopo l’incredulità ecco il compiacimento che sa di sollievo.
Ma c’è poco da sentirsi sollevati. Bisognerebbe chiedersi piuttosto perché - in quest’ultimo decennio - i Cinque stelle sono diventati la prima forza politica italiana. E al di là delle ironie su questo o quel ministro, sull’inadeguatezza di un sindaco o di un "tecnico d’area", sarebbe invece opportuno domandarsi che cosa ha rappresentato davvero questo movimento dalle mille anime e dalle mille voci: dai toni fascistoidi di un Alessandro Di Battista all’inappuntabile condotta di Roberto Fico presidente della Camera fino all’insospettabile crescita di Luigi Di Maio o Stefano Patuanelli. Perché se ci si limita al compiacimento, significa che la "lezione Cinque stelle" non l’abbiamo capita e siamo pronti per un altro sonoro ceffone.
E qui mi riaggancio all’editoriale che il direttore di questo giornale ha pubblicato domenica scorsa sulla situazione socio-politica del Paese. Stefano Tamburini scrive: «Emerge una sempre più diffusa rinuncia alla qualità minima della vita in cambio di elemosine, mance, spiccioli che prendono a schiaffi la dignità di quelle donne e di quegli uomini che sono costretti a fare da attori non protagonisti di questa commedia amara fatta di lavoro sottopagato e con garanzie da vassallaggio». Ecco, qui sta il punto di grande debolezza, e di vulnerabilità, della nostra democrazia: una società tecnologica e post-industriale che schiaccia la dignità di molti dei suoi componenti, è una società destinata a implodere. O a esplodere, che è altrettanto grave. Il voto ai Cinque stelle - al di là delle illusioni e delle fragili speranze di chi ci ha creduto - avrebbe dovuto far capire al "sistema" che bisogna agire in profondità.
Perché oggi a guidare la "rivolta" in nome di una diffusa percezione d’ingiustizia è Beppe Grillo, uomo comunque intelligente e con dei valori (almeno in parte) condivisibili, ma domani potrebbe essere qualcun altro molto meno attento alla Costituzione e ai suoi principi. Ne abbiamo visto un assaggio a Capitol Hill: siamo sicuri che sia così lontana da noi? --
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