La manifestazione
Governo Draghi fra continuità e discontinuità
Adesso tutti a spellarsi i polpastrelli sulle tastiere per dire la loro sul governo di Mario Draghi. Non c’è (quasi) nessuno che faccia un passo indietro laddove la competenza traballa e il pensiero annaspa su materie che non sempre si padroneggiano come si richiede. E ancora una volta i social la fanno da padrone in questa fiera gridata delle vanità, delle parole e dei giudizi un tanto al chilo. Sul passato, sul presente, sul futuro della politica italiana.
La gggente ormai avverte un richiamo irresistibile nel dover dire la sua e a tutti i costi. I bar sono vuoti e, giocoforza, la rete è affollata e incontinente.
Tant’è.
Proprio per questo c’è da mettere un po’ di ordine nel marasma fieristico, cercando di capire meglio la ratio abbastanza rigorosa (a volte obbligata) di certe scelte, ma soprattutto di ciò che può far bene o far male al Paese, di ciò che serve o è inutile – persino pernicioso – in uno dei momenti più drammatici (non scordiamo mai che tale è il contesto in cui tutto si arrovella) della storia recente dell’Italia. E convincersi, anche, che la parola opportunità nel nostro frangente spesso deve far rima con necessità.
Posto che possiamo definire il governo Draghi il massimo del meglio al minimo delle possibilità date, fa specie che non si colgano talune evidenze decisive nella formazione di questo governo “dei presidenti”, e non solo sui social.
Azzardiamo, sottovoce, qualche riflessione. Continuità o discontinuità? Pur in un quadro che non può fare a meno di rimuovere del tutto un passato così immanente (è persino sciocco pensare il contrario, non fosse altro perché si cambia governo ma il Parlamento è sempre quello), a dispetto di coloro che lamentano una scarsa “discontinuità” con il Conte bis, basterebbe citare tre nomi – Franco, Garofoli e Colao – per smontare seduta stante il rimbrotto sul continuismo e sul “Tutto qui..?”, palesemente e malevolmente strumentali.
Daniele Franco, ex ragioniere generale dello Stato e oggi ministro al ministero dell’Economia e delle finanze, e Roberto Garofoli, ex capo gabinetto di Tria e ora promosso nel ruolo “centrale” di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel 2018 furono di fatto licenziati con un whatsapp da Casalino, con il decisivo avallo di Conte, per essersi più volte distinti nel contrastare l’allegra finanza di stampo populista perseguita dai Cinque stelle al loro esordio nel palazzo del potere. Per non parlare di Vittorio Colao, manager di fama internazionale, che nel 2020 fu chiamato da Conte a guidare una task force per la ricostruzione del dopo-Covid e appena due mesi dopo messo alla porta dallo stesso presidente del Consiglio perché troppo “ingombrante”. Ecco, bastano questi tre nomi per sancire una discontinuità (con relativi tre schiaffi a Conte) che magari non è numerica, ma altamente e potentemente distinguibile.
Ci piace aggiungere un paio di altri nomi per seppellire il gne-gne del continuismo: Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, al posto di Alfonso (Dj-Fofò) Bonafede (!); e Patrizio Bianchi, un accademico ed economista, intellettuale anti-populista e assertore dei valori della Costituzione in tema di scuola-educazione-lavoro, che prende il posto della giovane ministra dei banchi-a-rotelle, Lucia Azzolina.
Questi ultimi due nomi, Cartabia e Bianchi, la dicono lunga su un cambio di passo definitivo.
A proposito di conferme. Se si eccettuano Difesa, Interno ed Esteri che come tutti sanno, o dovrebbero sapere, in un cambio di governo all’interno del medesimo quadro di legislatura, è prassi di opportunità di relazioni internazionali salvaguardarne la continuità, tra gli altri ministri confermati spicca il nome di Roberto Speranza (Salute). Il ministro “mite e laborioso” che in questo anno impossibile ha chiacchierato poco e lavorato assai nella guida accidentata di un’Italia (leggi regioni) indisciplinata e individualista. Roberto Speranza, a cui qualcuno sbrigativamente aveva rimproverato di non saper nulla di ospedali e di pandemie, si è messo a studiare, a capire, ad approfondire i dossier, le leggi e i regolamenti per essere all’altezza di una responsabilità che alla fine ha onorato con grande, efficace, ragguardevole competenza.
In un paese di solito così irriconoscente, rendergli il merito della riconferma è stato un gesto di intelligenza e (qui del tutto a proposito) di discontinuità.
P. S. 1:Ci auguriamo che la nomina dei sottosegretari confermi tutti questi segni di novità che per ora non appaiono solo a chi non li vuol vedere.
P.S. 2:E sempre a proposito di discontinuità: forse (e finalmente!) è arrivato il tempo della spersonalizzazione della politica, e la cosa bella è che questo tempo ritorna con le sembianze di una personalità così forte. Per dire: chi non ne ha la impone, chi ne ha non ha bisogno di abusarne. —
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