Attenzione
"Mi hai rubato le scarpe" e gliele ricompra: il poliziotto buono e il senzatetto
La storia a Campi Bisenzio
Il giubbino estivo pare una bestemmia in mezzo al gelo di Campi Bisenzio. L’uomo ha l’andatura di chi non ha posto nel mondo. E, infatti, non ce l’ha. È un senzatetto. Con scarpe da 300 euro. O qualcosa di simile. Cammina con rassegnazione. Sa che non potrà durare per sempre.
Non è abituato neppure a essere trattato con gentilezza. Leonardo Magnolfi, invece, con delicatezza si avvicina. Non vuole spaventarlo. È incuriosito, non arrabbiato, anche se quell’uomo sta camminando con le scarpe che gli hanno rubato dalla veranda di casa. Se n’è accorto quasi subito, mentre lo ha incrociato nella zona pedonale di Campi Bisenzio. Le scarpe da “trail running” (da chi è abituato a correre in modo professionale in montagna), bianche e nere, camouflage, con sfumature fluorescenti arancioni e verdi, stonano con il resto dell’abbigliamento, poco adatto a difendere dal freddo. Magari altri non lo avrebbero notato. Leonardo Magnolfi sì. È un agente di polizia. Da una ventina di anni, lavora in strada, è abituato a fare caso ai dettagli. Sono quelli che fanno la differenza. Le scarpe, ad esempio. Magari ce ne possono essere due paia uguali, anche se scarpe di questa marca non si trovano nei negozi, si possono solo acquistare on line, farle arrivare dagli Stati Uniti. Magari, però, possono non essere le sue. Tutto è possibile, in teoria. Non fosse per quella bruciatura nella parte interna che si è creata, quando Leonardo Magnolfi indossa le scarpe da trekking è in servizio in borghese: senza la divisa, ma con la moto.
La scena, dunque, venerdì nella zona pedonale di Campi Bisenzio è questa: Leonardo Magnolfi sta andando a ritirare il certificato di matrimonio con la moglie. Intravede il senzatetto, con un’andatura resa più sicura da queste scarpe magnifiche, indossate quasi con riluttanza. «Mi sono avvicinato, facendo attenzione a non intimorirlo. Non gli ho detto che stava indossando le mie scarpe. Mio padre è un volontario della Caritas, spesso si trova a distribuire alimenti o abiti a persone che ne hanno bisogno. So come ci si può sentire. Perciò ho chiesto a quest’uomo se avesse bisogno di qualche cosa». Insomma, l’agente di polizia non tratta il senzatetto come un ladro. Ma come un essere umano. E umana, molto umana è stata la risposta dell’uomo senza dimora e senza meta: «Sto cercando un po’ di pace».
Strano vagabondare per una meta ambita (da molti). Forse per questo luogo non fisico servono scarpe speciali. «Dove hai preso quelle scarpe?» domanda Leonardo Magnolfi. La voce non è aggressiva. Però l’uomo entra lo stesso in confusione: «Me le hanno regalate, me le ha date uno». Conferma l’agente: «Era in difficoltà. Le scarpe erano state rubate, dovevo prenderle. Così ho chiamato i colleghi di Sesto Fiorentino che mi hanno assistito. Ma una volta che abbiamo tolto le scarpe, con quel freddo, non potevo certo lasciarlo scalzo». Neppure se è stato necessario denunciarlo per ricettazione (per aver indossato, appunto, le scarpe rubate). «Ho chiesto a questo signore, di venire con me in un negozio lì vicino. Siamo andati insieme: gli ho regalato un paio di scarpe da ginnastica, normali, non da trekking. E anche un giubbotto più pesante, in modo che potesse ripararsi dal freddo, meglio che con quello che indossava quando ci siamo incontrati. Poi ci siamo salutati. L’ho lasciato più o meno dove ci eravamo visti. Non gli ho chiesto dove sarebbe andato. So che sarebbe andato dove voleva. Mi ha solo detto grazie».
Non c’è giudizio né condanna nella voce di Leonardo Magnolfi, 45 anni, agente di polizia da quando ne aveva 25. Solo la convinzione di aver fatto quello che doveva essere fatto. È così da quando era bambino. «Io ero sempre quello che si metteva in mezzo a due che si litigavano. Non posso dire quante botte ho preso da piccolo perché in realtà ero sempre quello che se la cavava con le parole. Me la sono sempre cavata con le parole. Ci sono quelli che usano la forza e quelli che usano la testa: io uso la testa, è la mia natura». È un modo di essere. Come quello di diventare poliziotto – ammette Magnolfi – in un certo senso è sempre stata una sua vocazione: «Sono entrato in polizia perché il mio desiderio è quello di poter fare qualche cosa per la gente, con coscienza. Mi ripeto sempre le parole che una volta ha pronunciato Einstein: “Solo una vita vissuta per gli altri, vale la pena di essere vissuta”. Ecco io ci credo molto. Come credo che quando le persone si rivolgono a noi, alla polizia, chiedano aiuto. Cerchino giustizia. Ma giustizia non vuole dire vendetta: significa anche comprendere il fattore umano che sta dietro a chi agisce. Io provo a farlo». —
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