La manifestazione
Governo Draghi: il potere e la Toscana bottegaia
Buona domenica / L'editoriale. Il nuovo esecutivo non ha neanche un ministro toscano: dove sarebbe il problema? Vogliamo continuare con la logica dell’elemosinare favori che ha portato a zero risultati?
No, la logica della “fratellanza” cominciamo a lasciarla fuori, oggi e per sempre. Il piagnisteo che accompagna la nascita del governo di Mario Draghi al grido di “ah, però non ci sono toscani” è lo specchio di un modo di vivere la politica con i riti del favore all’amico o all’amico dell’amico, del cugino di campagna che ce l’ha fatta ed è nel posto giusto per potergli chiedere una cortesia.
Va bene, il governo non ha neanche un ministro toscano. E allora? Dove sarebbe il problema? I più, da queste parti, sono lì che si disperano, parlano di punti di riferimento più difficili da trovare. Anche il presidente della Regione, Eugenio Giani, cade nella trappola: «E più difficile se non si può contare su un canale diretto con una persona che conosca bene i problemi del territorio. Avere un ministro toscano indubbiamente avrebbe favorito il dialogo col governo».
Purtroppo, la pratica diffusa è questa. È la strategia residuale del secondo millennio che si è affacciata nel terzo. È un modo di fare abbracciato a logiche della politica più tribale, incapace di analizzare il passato, di chiedersi cosa abbiano dato a questa regione (soprattutto alla parte costiera) i governi pieni di toscani o, peggio ancora, quelli guidati da presidenti toscani.
L’unico che ha reali attenuanti è Enrico Letta, bruciato dal fuoco amico, l’unico costretto a dimettersi perché sfiduciato dal proprio partito, di fatto defenestrato dopo una guerra interna fra toscani, con Matteo Renzi smanioso di prenderne il posto, per gestire il potere per il potere (il proprio).
E dunque chiediamocelo veramente cosa abbia prodotto la “toscanità” del governo. Nulla, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sul Tirreno di ieri (sabato 13), subito dopo le pagine che raccontano la nascita del nuovo governo di Mario Draghi, c’è una puntata della nostra inchiesta sulle infrastrutture per la costa che racconta di tre colossali prese in giro in un colpo solo, le ennesime. Tre schiaffi su altrettanti fronti: Firenze-Mare, “autostradina” Tirrenica e Grosseto-Siena. Soldi e lavori bloccati, finanziamenti spariti, uno spartito che da decenni fa da base per una melodia ormai rituale: gli intoppi che fanno seguito a promesse, a parole vuote di contenuti, a beffe che si rincorrono. Il risultato è quello di un disequilibrio fra Toscana costiera e Toscana fiorentina che è nello stato dei fatti.
Al di là delle lodevoli intenzioni del presidente Giani («dovrò andare più spesso a Roma»), tutto questo conferma un approccio inaccettabile alla gestione della cosa pubblica. È l’epopea del “cappello in mano”, del “per favore mi dia una mano”. Espressione di gruppi di potere incapaci, ad esempio, di trovare un euro per le bonifiche ambientali anche quando erano riusciti a far nominare un sottosegretario proveniente da territori martoriati.
I fatti sono incontrovertibili. Il pallino delle grandi opere è passato chiaramente nelle mani dei privati che devono realizzarle e che di fatto ricattano le istituzioni a ogni livello. E lo fanno non solo perché le regole sono dalla loro parte. Possono farlo, il bello e il cattivo tempo, perché sono state le stesse istituzioni a creare quella commistione di interessi che è diventata tossica.
I gestori delle autostrade e l’Anas dettano legge, le commissioni che devono esaminare i progetti puntualmente si trovano di fronte a crescite di costi o finanziamenti che mancano. E ci sono società miste pubblico-privato, come Toscana Aeroporti, che fanno dell’opacità una regola. Certo, c’è anche la burocratija di Stato che fa la sua parte, rappresentando un cancro che si autoalimenta prendendo spazi più grandi giorno dopo giorno. E che viene presa anche come un alibi da parte di chi non la combatte, anzi diventa addirittura giustificazione del non poter o voler fare.
Un concetto che si estende alla difesa delle regole fondamentali della convivenza civile. In questa terra ci sono stati sei morti sul lavoro in poco più di una settimana e un settimo proprio ieri. Se non fosse stato per questo giornale e per poche altre voci indignate, la cosa sarebbe passata quasi sotto silenzio. Le regole sono saltate, l’applicazione dei contratti viene vissuta come un fastidio. E il cottimo spacciato come occupazione di qualità prende sempre più pericolosamente piede. Il lavoro in affitto e il lavoro a chiamata dovevano essere strumenti per aggiungere opportunità ai contratti stabili e invece tendono a sostituirli con la complicità di chi dovrebbe impedirlo. Tutto ciò anche grazie a governi ad alta “toscanità”, a valori di sinistra traditi da sedicenti alleati dei lavoratori che vanno a braccetto con personaggi come Flavio Briatore e Denis Verdini o, a suo tempo, pure con Sergio Marchionne. Alla faccia di chi il lavoro se lo suda davvero.
Ecco, è anche per questo che oggi siamo costretti ad applaudire la nascita di un esecutivo che di fatto è il commissariamento di un Paese allo sbando. Un commissariamento gestito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dall’ex governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi.
In questo governo c’è di tutto, ci sono rappresentanti delle principali forze politiche e, fra i cosiddetti tecnici, anche donne e uomini capaci, fuori da giochi di potere e camarille di basso lignaggio. Che possa essere un buon governo è tutto da capire, di sicuro è scontato che sarà meglio dei precedenti, quelli che ci stavano portando nel baratro.
La più grande sconfitta è questa: dover applaudire la sospensione della politica, l’affidarsi a un direttorio di uomini del fare. Ma ci sono buoni segnali, attribuzioni di compiti nuovi (innovazione, transizione ecologica) e spacchettamenti di ministeri che finalmente pongono le basi per la nascita di dicasteri che avrebbero dovuto esserci da mezzo secolo. Come quello del Turismo, il nostro petrolio, industria capace di attrarre 40 miliardi all’anno dai viaggiatori esteri.
Vogliamo davvero andare a guardare quanti toscani ci saranno in questo governo anche quando saranno nominati viceministri e sottosegretari? Vogliamo continuare con la logica dell’elemosinare favori che ha portato a zero risultati? Chi ragiona con questa mentalità pensa davvero che uno con la storia di Mario Draghi possa applicare una sorta di manuale Cencelli territoriale nella distribuzione della Grande Torta dei miliardi del Recovery Fund?
E, soprattutto, c’è davvero qualcuno che può pensare di gestire così il grande disagio che serpeggia nel Paese? L’affievolirsi dei consensi dei Cinque stelle non ha certo cancellato le motivazioni che erano alla base della scelta scellerata dell’“uno vale uno”. Ci sono finiti schiacciati loro, i grillini, ma anche tutti gli altri che domani saranno in Parlamento ad applaudire un altro “non politico” – dopo Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini e Mario Monti – seduto sui banchi del governo a celebrare la loro sconfitta.
Là fuori, intanto, in quanto a malcontento, è tutto come prima e peggio di prima. Proprio per questo è il caso di augurare un futuro trionfale a Mario Draghi. In caso contrario la “negatività” potrebbe essere raccolta da quelli del “valgo solo io”, discendenti del “quando c’era lui caro lei”. E allora sì, che sarebbe veramente la fine. Altro che “toscanità” bottegaia al potere. —
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