Il Tirreno

Toscana

Quel delirio meraviglioso: il linguaggio dei sentimenti secondo lo scrittore

Alessandra Vivoli
Quel delirio meraviglioso: il linguaggio dei sentimenti secondo lo scrittore

La nostra intervista a Maurizio Maggiani: ma nelle storie d’amore non bisogna sprecare le parole

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«Buonasera Maurizio Maggiani, la chiamo per il Tirreno. Vorrei parlare con lei d’amore».

«No, non ci caschi. La prego, no! Non caschi nel vortice di San Valentino. E poi adesso mi scusi non posso nemmeno stare al telefono: sto preparando la cena per mia moglie. Zuppa di cavolo e patate: l’amore, lo scriva, è anche questo. È una zuppa calda e fatta bene, con sentimento».

Comincia così la lunga chiacchierata, in due tempi, con lo scrittore (originario di Luni, un piccolo comune a pochi chilometri da Massa Carrara) Maurizio Maggiani. Un uomo e una terra di confine dove ci si riconosce per la ruvidezza apuana e per un accento dove le “aspirate” non compaiono. Rendendo tutto particolare e difficile da collocare geograficamente. Con Maurizio Maggiani abbiamo parlato di amore, di rivoluzione, di femminismo e di speranza. Ma anche dell’importanza del chiedere scusa, per i tanti “ti amo” detti per “far finire la serata”.

E del caffè a letto che lui, l’autore che nel 2018 a “L’amore” ha dedicato un romanzo, ogni mattina porta alla sua sposa. Abbiamo parlato di tanti aspetti dell’amore e, come promesso, non di San Valentino.

Maggiani parliamo d’amore.

«Sono un signore che il primo ottobre prossimo compirà 70 anni. Forse è la centesima volta che mi interrogo su come rispondere a questa domanda e per la centesima volta la risposta è diversa. Sono cresciuto in un’epoca in cui il primo amore ha coinciso con la prima rivoluzione, con la prima speranza. Tutto, all’inizio era grande e folle: la mia prima, la seconda e la mia terza ragazza. La mia prima, la seconda e la terza rivoluzione».

Cosa ricorda dei suoi primi amori.

«Ricordo un sentimento del tutto nuovo e inaspettato. Ho sempre avuto storie d’amore con delle compagne con cui condividevo tempo e ideali. Sono stato educato ai sentimenti da una generazione di donne che si stava, a sua volta, autoeducando, che si stavano affermando in quello che è stato un momento storico. Ho vissuto l’amore della gioventù con donne che erano impegnate in una rivoluzione, l’unica riuscita. Tutte le mie fidanzate erano femministe, se non avessi imparato a preparare la cena non sarei durato a lungo».

Come cambia l’amore?

«A quasi settant’anni posso dire come è cambiato l’amore per me. Io non intendo più distruggermi e farmi distruggere dai sentimenti. Cerco una disciplina, affinché l’amore non consumi, non consumi tutto. I sentimenti si evolvono, purché si riesca ad educarli. Il mio amore dei vent’anni era puro ed essenziale egoismo: a quell’amore non frega nulla di quello che succede intorno a te. È una follia “consumante”, quella propria delle grandi passioni. Se poi, come nel mio caso, è amore anche per la rivoluzione è un delirio. Un delirio meraviglioso».

L’amore può avere una disciplina?

«Sì, oggi sono convinto di questo. Che i sentimenti possano essere disciplinati e per questo ringrazio le donne che mi sono state accanto. Non vuole dire amare di meno, vuole dire amare nel modo giusto. Vuol dire vivere con amore, ogni giorno. Oggi l’amore eroico è starsi accanto e condividere. È prendersi per mano, preparare la colazione e la cena».

Lei nella sua vita quante volte ha detto “ti amo”?

«Io ti amo l’ho detto troppe volte. E tante volte senza esserne affatto convinto, l’ho detto e basta. Penso che mio padre, di origini contadine e di un’altra generazione, a mia madre non l’abbia detto mai. Non credo che esistesse nel loro vocabolario. Se immagino la loro dichiarazione sono sicuro che le parole siano state queste: “A ’t voi ben”. “A ’t voi ben anca me”. “Sposans”. Poi mio padre firmò 32 cambiali, per comprare la camera da letto, quella in cui hanno dormito fino alla fine dei loro giorni. Senza mai dire ti amo. Io invece oggi mi vergogno per le volte che l’ho detto semplicemente per finire la serata, per dire qualcosa quando altre parole non venivano».

Oggi come lo dice?

«Con l’età adulta ho capito che prima di dire ti amo dovrei, tanto per cominciare, chiedere scusa. Dovrei riparare i danni: quelli delle parole dette a sproposito, ma anche dell’aria respirata senza dare nulla indietro. Devo chiedere scusa per le troppe volte che ho detto ti amo, senza pensarlo. E già chiedere scusa è una dichiarazione d’amore».

Qual è la sua dichiarazione d’amore più bella?

«La mia dichiarazione è fatta di gesti, non di parole. La mattina mi sveglio sempre mezz’ora prima della mia sposa. Faccio colazione, le preparo il caffè e vado a svegliarla, tenendole la mano. Questa è la mia dichiarazione d’amore più bella, quella di ogni giorno. L’eroismo dell’amore, per me che ho fatto tutte le rivoluzioni, adesso è sostenere mia moglie, insegnante a casa dallo scorso febbraio, che ogni giorno lotta per ritornare a scuola, in presenza. Oggi la mia dichiarazione d’amore, la mia rivoluzione, è stare a fianco della mia sposa».

Il suo sentimento è cresciuto insieme a lei? È diventato adulto?

«Mah, detta così fa impressione. Io l’amore dei vent’anni lo ricordo bene, anche adesso, anche dopo tutto questo tempo. Era tutto nuovo, era una grande follia e una grande scoperta. Era la ragazza, era la politica, erano gli ideali. Una vita che cominciava e nel momento storico in cui sono cresciuto quello che ci portava avanti era la speranza. L’amore era vissuto nella sua parte eroica, quella che “chi se ne frega se tutti intorno a me muoiono, noi siamo innamorati”. L’amore poi cambia. L’ho detto all’inizio di questa chiacchierata: ci sono cento risposte sul significato dell’amore. E a quasi settant’anni posso dire che sì, l’amore cresce diventa adulto, assume altri aspetti. Lascia da parte l’egoismo ragazzino e scopre la condivisione. La bellezza di sostenersi a vicenda e di essere, a volte, spettatore delle rivoluzioni altrui». —

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