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Imprenditori e rispetto dei lavoratori

Paolo Boldrini
Imprenditori e rispetto dei lavoratori

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Ricorre in questi giorni il trentesimo anniversario della fine del Partito comunista italiano. Intellettuali e politologi hanno analizzato il cambiamento della sinistra, l’eredità morale di leader come Enrico Berlinguer, il coraggio dell’ultimo segretario Achille Occhetto con la svolta della Bolognina e anche gli insuccessi della "gioiosa macchina da guerra".

Ma il partito delle bandiere rosse e della falce e martello ha camminato sulle strade della storia anche e soprattutto grazie e tanti sconosciuti che hanno dedicato la loro vita a un ideale, le loro ferie al servizio alle Feste dell’Unità, le domeniche mattine a distribuire il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nelle case. Tra questi spicca il presidente della cooperativa agricola di Bazza di Bigarello, un paesino in provincia di Mantova, noto alle cronache perché nel giorno di Sant’Antonio c’è una festa con la benedizione degli animali.

Parma - tutti lo chiamavano per cognome e non per nome, Bruno, forse per una forma di rispetto - era un lavoratore indefesso. Si alzava all’alba e andava a letto presto. Abitava in una frazione di Castel d’Ario, comune natale di Tazio Nuvolari, ma a differenza del grande pilota si muoveva solo in bicicletta perché il suo mondo era in un fazzoletto di terra di pochi chilometri. Parma aveva modi bruschi, l’aspetto severo, ma sotto la camicia batteva un cuore grande. In cooperativa, dal presidente all’ultimo mungitore, tutti prendevano lo stesso stipendio dividendo gli utili in parti eguali. I suoi compagni dicevano, scherzando, che aveva mille occhi. Parma ogni tanto si metteva al centro dell’aia e scrutava l’orizzonte: «Il trattore laggiù fuma molto, segno che sta arando troppo in profondità e rischia di rompersi».

«Quel getto d’acqua, invece, va ricalibrato perché sta bagnando la strada e può essere pericoloso per gli automobilisti».

Poi inforcava la bicicletta e andava sul posto a richiamare all’ordine i due colleghi nel suo dialetto lombardo-veneto. Alla cooperativa Bazza c’erano personaggi da film. Uno in particolare richiamò l’attenzione di un bambino curioso. In dialetto era definito "l’acquarol" e il suo incarico era di portare acqua fresca ai braccianti nei campi. Girava con una bicicletta modificata che aveva una piccola botte di legno agganciata sotto la canna. «Scusi Parma, ma i lavoratori non potrebbero portarsi una bottiglia da casa?».

La risposta fu tranciante. «Chi sta faticando ha diritto a un sorso d’acqua fresca che arriva dalla fontana».

Ma l’aspetto più curioso fu un altro, emerso dopo la visita alla rimessa delle macchine agricole. I trattori erano tutti della stessa marca, Belarus, rigorosamente di fabbricazione sovietica, e soprattutto senza fanali.

«Signor Parma, perché non hanno i fanali?». «Li ho tolti io con le mie mani perché quando scende la sera tutti hanno diritto di riposarsi e di stare con le loro famiglie. Non voglio vedere trattori in giro con il buio».

Parma si concedeva solo uno svago durante l’anno. Una gita a Verona alla Fiera dell’agricoltura accompagnato da mio padre Francesco, suo vecchio amico. Al ritorno merenda al bar del paese con pane fresco, salame e un bicchiere di vino rosso. Si erano conosciuti quando la cooperativa Bazza iniziò a conferire il grano a un’altra cooperativa rossa di Ganaceto, tra Carpi e Modena, e mio padre entrò in gioco con la sua azienda di trasporti. Parlavano spesso di politica, da angolazioni diverse: lui comunista sfegatato, mio padre socialdemocratico di Saragat.

Il rispetto per i lavoratori, però, era lo stesso. --

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