La manifestazione
Il governo Draghi per tornare a sentirsi normali
Bisognerebbe semplificare, e noi confidiamo che Mario Draghi anche in questo sia la persona più capace di riuscirvi.
Nel nostro caso “semplificare” significa innanzitutto spiegare al colto e all’ignorante, ai partiti e ai cittadini (anche se non sempre è facile distinguere tra questi chi è davvero il colto e chi l’inclita), che il governo del presidente in sostanza vuol dire che c’è un presidente – appunto – che sceglie i suoi ministri (politici o tecnici poco importa, è appena sufficiente che ciascuno sia davvero all’altezza del compito affidatogli) e traccia indelebili linee di programma da far approvare, tutte insieme e di volta in volta, con un voto del Parlamento.
Adesso siamo nella fase in cui il presidente del Consiglio incaricato illustra a tutti chi è e cosa vuol fare: per ora ciò che emerge dalle consultazioni e dalle dichiarazioni pubbliche, è che sul nome di Draghi ci sia un’ampia e convinta convergenza. Nel frattempo Draghi ha anche enucleato, in ciascuno dei colloqui ancora in corso, le idee-forza sulle quali intende incardinare l’azione del suo Gabinetto e si presume che queste coincidano con le tre emergenze-chiave della crisi italiana: l’emergenza economica, quella sociale e l’emergenza sanitaria. Dopo di che su questi tre filoni imbastirà una trama di provvedimenti e progetti di riforma e di interventi urgenti e di prospettiva che il Parlamento dovrà approvare o bocciare.
E qui sta la “grande semplificazione”: ognuno degli attori istituzionali della politica nazionale, i partiti, il Parlamento, le lobbies politiche, i furbi e le persone serie, i capi-bastone e i peones, i leader e le terze/quarte file, insomma ciascuno di loro – nessuno escluso – dovrà assumersi la responsabilità di dire un Sì o un No alla luce del sole, senza troppi giri di parole, di fasulle filigrane, di piroette e acrobazie di dubbio gusto.
Di fronte a questo trasparente e inusitato scenario della politica italiana e della responsabilità pubblica che essa è chiamata ad assumersi – forse non accadeva dai tempi della Costituente repubblicana –, appaiono datati e fuori luogo certi distinguo e certe ritrosie (vere o presunte) che pure emergono qua e là a latere dei colloqui di Palazzo Chigi.
Persino Matteo Salvini ha capito che non porre pregiudiziali nei confronti di chicchessia significa, nei fatti, non subirne per se medesimo. E che “stare dentro” – dentro quell’appello del Capo dello Stato attraverso il quale si svolge oggi l’iniziativa di Mario Draghi – vuol dire non votarsi all’insignificanza politica e parlamentare, anche a costo di doppie e triple giravolte carpiate cui si è pure sottoposto il leader della Lega. Sarà la politica concreta dell’azione di un governo autorevole a fare le differenze e a segnalare i pavidi o gli incapaci, i costruttori dai demolitori, persino gli amici dai nemici del popolo italiano nella sua più “brutta avventura”, individuale e collettiva, dalla fine della guerra a oggi.
Parliamoci chiaro: che quella tracciata dal presidente Mattarella sia la strada maestra da seguire, hic et nunc, per tentare di invertire la rotta di una navigazione disastrosa, immersa permanentemente in liti da angiporto e schiamazzi personalistici di ogni risma, che questa sia la strada – dunque – non v’è alcun dubbio.
E se ancora resiste qualche dubbio, se ancora qualcuno fa il ritroso, se per caso si insiste ancora nella politica-politicante che – con la scusa magari dell’ideologia – gioca a rimpiattino con i problemi, spaventosamente gravi, delle persone qualunque, basta allora che si affacci finalmente alla finestra della vita reale per rendersi conto dell’urgente e improrogabile necessità dei suoi atti e delle sue scelte, leali e coraggiose. Lì fuori c’è gente che ha un disperato bisogno di protezione, di guida, di incoraggiamento, di rassicurazione. C’è gente, vecchi e giovani, uomini e donne, che oggi hanno “paura del futuro”, del quale non hanno alcuna certezza e dal quale non traggono alcun plausibile conforto. Gente che ha perso i propri cari, che ha perso il lavoro, ha perso la fiducia nel prossimo. Che hanno figli da mandare a scuola nella orribile sensazione che non serva più a niente.
Hanno bisogno, queste persone, di sentirsi “normali” in un “paese normale”, di ritrovare una ragione sufficiente per tornare ad essere dei cittadini con pieno diritto di “cittadinanza”.
Tutto il resto non ha alcun senso, se mai ne ha mai avuto qualcuno. —
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