Toscana
Genova, il G8 e quel che resta venti anni dopo
Sono passati venti anni da quel luglio genovese, entusiasmante e tragico. La zona rossa, il centro città blindato a uso esclusivo dei Signori del G8 e della globalizzazione capitalistica. Le assemblee, i seminari, i cortei. I visi accaldati dei giovani e delle ragazze dei social forum, della Fiom di Claudio Sabattini, dell’Arci, dei centri sociali. Le vecchie signore che ci spruzzavano l’acqua dai terrazzi, per rinfrescarci un po’. Quegli occhi con lo sguardo limpido di Giulia, la barbaccia scura di Corrado, la risata di Mimmo, lo spavento di Camilla in mezzo al fumo dei lacrimogeni, gli occhiali appannati di Enrico e i miei. La polizia ovunque. I micidiali manganelli "tonfa" in pugno, le autoblindo. I capi post(?)fascisti, ministri e sottosegretari in abito di lino, a spasso fra le truppe mezzo soffocate nei pastrani da guerriglia urbana.
Il violentismo muto e cieco dei black block, parassiti del movimento. Gli striscioni per la cancellazione del debito dei popoli poveri sulla chiesa di Boccadasse, eccoli i miei cari fratelli "papisti". I migranti.
E il sangue rosso di Carlo Giuliani sull’asfalto nero di piazza Alimonda. La paura, il lutto dei suoi genitori, del movimento, della città violata dalla logica feroce della guerra globale.
Vent’anni dopo, insieme con i ragazzi di Genova 2001, vorrei dire che non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo Carlo né le torture della scuola "Diaz".
Il rigore della memoria restituisce lucidità al nostro sguardo sul futuro. E spero e credo che a rendere possibile un mondo altro sarà la mitezza della nonviolenza rivoluzionaria di massa di chi pensa soprattutto alla giustizia e all’umanità, non già al perbenismo legalitario.
Ricominciamo da qui, da adesso, a fabbricare quel mondo, quale proprio a Genova ricominciò a nascere, una volta ancora e ancora e ancora.
Come nel "mio" Sessantotto, nel 1945, nel 1917, nel 1871, nel 1848, nel 1789, nel 1776... --
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