Attenzione
L’incompetenza in conflitto con la ragione
L'editoriale. Le storie che abbiamo raccontato questa settimana, insieme con le inchieste su infrastrutture negate e bonifiche ambientali neanche abbozzate, ci regalano un quadro di disgregazione che ben si intreccia con un momento istituzionale fra i più bassi dal dopoguerra
Viene davvero da chiederselo «se questo è un uomo», quando ci si trova di fronte alle storie legate al mondo del lavoro, alle morti (cinque in meno di una settimana qui in Toscana) e allo sfruttamento che si fa regola, che ci riporta alla schiavitù fatta di catene invisibili ma non per questo meno opprimenti.
E viene davvero voglia di riprenderle le parole di Primo Levi, lo scrittore scampato alla mattanza di Auschwitz: «Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane».
Toglieteci il fango e metteteci la banchina di un porto, la strada verso un fast food per correre a ritirare un sacchetto con tre hamburger da portare a domicilio per pochi spiccioli, una manifattura dove una pressa rischia di schiacciarti come poi purtroppo spesso accade.
Tre di quei cinque uomini questa settimana sono morti così, fra l’indignazione poco unanime e un’indifferenza che fa ancora più male perché è la base di una restaurazione dei diritti, della negazione di conquiste che i nostri nonni, i nostri genitori e anche molti fra noi hanno contribuito a consolidare.
Le storie che abbiamo raccontato questa settimana, insieme con le inchieste che stiamo realizzando su infrastrutture negate e bonifiche ambientali neanche abbozzate, ci regalano un quadro di disgregazione che purtroppo ben si intreccia con un momento istituzionale fra i più bassi dal dopoguerra.
Sì, c’è anche un problema di qualità della politica che dopo Tangentopoli ha avviato un declino esponenziale. Le prime, le seconde e le terze file hanno lasciato sempre più spazio a quelli che alle feste di partito al massimo avrebbero potuto girare le bruschette, perché altro non erano in grado di fare. Con le dovute eccezioni, certo: non è tutto da buttare, perché sempre nella prima linea dei sindaci e degli assessori, nella trincea dell’impegno diretto, resistono donne e uomini che credono ancora nella politica nel nome dello spirito di servizio e non nella conservazione del potere per il potere.
Però la mancata selezione delle classi dirigenti nei partiti, le primarie inquinate dal voto di disturbo del Genio guastatori degli altri schieramenti, hanno dato forza a comitati di affari che si sono infiltrati nelle stanze del potere fino a impossessarsene. Sono nati conflitti di interesse devastanti, intrecci fra pubblico e privato che spesso mettono a rischio anche l’indipendenza e l’autonomia delle rappresentanze istituzionali.
Domenica scorsa questo editoriale aveva come titolo “I nuovi poveri e i ritardi della politica” ed era già focalizzato su questi temi. Solo che in appena sette giorni lo scenario si è fatto ancora più cupo. E non solo per via di quelle cinque persone che sono uscite di casa per andare a lavorare e non sono più tornate.
Emerge una sempre più diffusa rinuncia alla qualità minima della vita in cambio di elemosine, mance, spiccioli che prendono a schiaffi la dignità di quelle donne e di quegli uomini che sono costretti a fare da attori non protagonisti di questa commedia amara fatta di lavoro sottopagato e con garanzie da vassallaggio.
I più guardano a tutto ciò con indifferenza o con rassegnazione, perché hanno perso la speranza, la fiducia nelle istituzioni silenti e in qualche caso complici di questo stato di cose. Perché a portarci fino a qui sono stati proprio quelli che ora cercano un posto al sole nel prossimo governo scelto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l’occhio benevolo di Joe Biden e di Angela Merkel. Sono gli stessi che hanno combinato disastri che adesso cercano di essere in prima fila quando Mario Draghi si prenderà la scena e anche qualche merito perché peggio di così difficilmente potrà andare.
Sono lì che sgomitano per la foto ricordo, quelli che hanno varato leggi ignobili da “tana liberi tutti” nel mondo dell’occupazione, che permettono a chi offre lavoro a chiamata di portarlo fino all’estremo, di offrire contratti al minuto, di pretendere preavvisi di mezz’ora, negli annunci promozionali di definire «ambiente di lavoro dinamico, variegato e in cui non ci si annoia mai» quello che di fatto è cottimo malpagato.
Il tutto favorito dal terrore dei terzultimi di essere scavalcati da ultimi e penultimi. Questi, accecati dalla rabbia e dalla disperazione, guardano i diritti di chi sta davanti a loro come ostacoli per il proprio riscatto. Quei diritti sarebbero invece le loro scialuppe di salvataggio, la pretesa di averli a disposizione metterebbe tutti al riparo dal peggio. Invece no, spazzare via quelle scialuppe rischia di essere una condanna per tutti.
Difficile da spiegare, da rendere prioritario in un’agenda politica dove il concetto di conflitto d’interessi era giustamente tirato in ballo quando c’era da evitare che Silvio Berlusconi potesse farsi gli affari propri. Ma che è scomparso quando a sguazzarci è toccato ad altri, quando sono spuntate come funghi fondazioni culturali che spesso sono diventate strumenti di finanziamento per correnti di partito o gruppi di potere.
Prendete il caso dell’aeroporto di Pisa finito schiacciato nella trappola della società mista Toscana Aeroporti il cui azionista di maggioranza è Corporacion America. Società che fino all’anno prima della fusione con Firenze aveva finanziato la fondazione Open di Matteo Renzi e le sue Leopolde. Il miglior amico dell’attuale leader di Italia Viva, Marco Carrai, di quella società aeroportuale è presidente. Poi Corporacion America ha accolto capitali degli Emirati Arabi e Renzi del governo di quel Paese – cintura nera nelle violazioni dei diritti umani – è diventato più che amico. Nulla che non si possa dedurre da semplici intrecci di carte, nulla di formalmente illegale. Però resta il problema della trasparenza, di un mondo politico che non si sa più se sia solo legato o succube a quello della finanza. C’è anche di peggio rispetto ai finanziamenti della Fondazione Open. Ci sono i 49 milioni di rimborsi elettorali non dovuti fatti sparire dalla Lega che non disturbano affatto la gran parte dell’elettorato di quel partito. Vien fatta circolare con successo l’idea che le inchieste (nel caso della Lega sentenze definitive) siano un complotto. Ci saranno renziani e leghisti che a questo punto della lettura avranno già appallottolato il giornale, perché il Capo viene prima della ragione. E va così, purtroppo, per molto altro. Vince la logica della Tribù degli Adoranti, che è ormai diffusa in ogni schieramento.
In questo contesto è normale che la lontananza dal cittadino sia sempre più netta. Prendete lo scandalo delle bonifiche negate, a Piombino per le aree siderurgiche, a Orbetello per l’ex fabbrica di concimi Sitoco e anche in molte altre aree industriali dismesse. In tutti i casi presi in esame siamo di fronte a giganteschi slalom per evitare o eludere controlli, per mascherare responsabilità, per annunciare e non risolvere. E almeno a Piombino a mandare lavoratori in reparti a rischio amianto senza far niente per evitarlo.
Tutto questo ha alimentato il peggior conflitto di interessi, quello contro la qualità, all’insegna dello slogan “uno vale uno” (e puntualmente veniva sempre da dire che era meglio un altro). Tutto questo, e molto altro che purtroppo è ancora da scoprire. Anche se si intuisce. —
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