Toscana
Perché Renzi ha voluto questa crisi
Se il tentativo di trovare una maggioranza dovesse fallire, sarà accontentato chi chiedeva a gran voce le elezioni. Le invocavano Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che stretti da almeno un anno nell’angolo della scena politica, adesso vedono avvicinarsi un’insperata possibilità di ribaltare i giochi. Incoraggiati dai sondaggi, i leader di Lega e Fratelli d’Italia sentono che nel Paese il clima è favorevole a una svolta a destra. La prospettiva delle elezioni piace molto meno a Silvio Berlusconi, che nell’alleanza di centrodestra si ritrova in una condizione di oggettiva debolezza. È un comprimario, ruolo che mal si addice a un uomo che per anni ha avuto in mano il Paese. E ruolo che mal si addice a Forza Italia, soggetto politico che intercetta (o dovrebbe intercettare) parte di quell’elettorato moderato divenuto ormai un tema quasi mitologico, e che tuttavia in Italia esiste - altroché se esiste - ma oggi fatica a trovare una sponda affidabile, un approdo, in definitiva una casa.
Ed è esattamente da qui, dai moderati senza casa, che bisogna partire per comprendere le mosse di Matteo Renzi, artefice della crisi che in queste settimane ci ha riproposto agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come un paese dalla stabilità alquanto precaria.
Quando Renzi ha aperto la crisi, l’aggettivo che più si è sentito ricorrere è stato "inspiegabile". E come in tutte le grandi questioni apparentemente "inspiegabili", allora si è ricorsi alle categorie più disparate, inclusa quella dello psicodramma per dare un senso al "duello" tra lui e Giuseppe Conte.
E poi l’inaffidabilità dell’antipatico fiorentino. Sull’inaffidabilità di Renzi si sono spesi pubblicamente in tanti, da Enrico Letta, vittima di un indimenticabile «stai sereno», fino ai trascorsi politici più remoti, con raccolta di testimonianze utili a tratteggiare una personalità quantomeno discutibile.
Sul fatto che la condotta di Renzi in questa vicenda sia stata molto discutibile, crediamo di poter raccogliere convergenze ad amplissimo spettro. Ma se per un momento lasciamo da parte le valutazioni etiche e morali per focalizzarci solo sull’arte della politica, la strategia di Renzi appare molto più chiara.
Hanno ragione quelli che dicono che il problema di Renzi è Giuseppe Conte. Ma non lo è per antipatie personali o screzi del tipo «perché è professore anche lui?», frase pronunciata dal presidente del Consiglio e che avrebbe sicuramente potuto risparmiarsi. Il nodo è tutto nella crescita di Conte come figura di riferimento per un’Italia che non va a destra ma non si identifica nel Pd, che non vota Forza Italia perché ne conosce bene il fondatore, e quanto ai Cinquestelle ha riposto da tempo ogni possibile illusione. È un elettorato trasversale, fatto di professionisti, imprenditori, dipendenti pubblici, persone normali che trent’anni fa avrebbero votato Dc, richiamandosi alla lezione di Alcide De Gasperi ma affascinati dal cinismo di Giulio Andreotti. È a quell’Italia che strizza l’occhio Renzi, perché sa che lo scenario politico di oggi è destinato a cambiare per almeno tre buone ragioni: la parabola dei Cinquestelle, il crescente protagonismo di Dario Franceschini nel Pd e, soprattutto, la progressiva uscita di scena di Berlusconi con nessuno, in Forza Italia, realmente in grado di raccoglierne l’eredità.
Per questo è nata Italia Viva: per intercettare quell’elettorato. Per questo Conte è stato da subito un problema. Perché il Conte 2 è apparso subito molto diverso dal Conte 1. Così poco di destra e così terribilmente "democristiano" - come è stato accusato da molti - da andare inevitabilmente a collocarsi nella stessa area di Renzi. E quando i sondaggi hanno cominciato a evocare un "partito di Conte" stabilmente sopra il 10%, in casa Renzi hanno cominciato a suonare tutti gli allarmi: ce lo immaginiamo un Conte che gestisce oltre 200 miliardi di Recovery fund? Altro che Dc dei vecchi tempi.
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