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Non lasciamo sola la Birmania

Piero Fassino*
Aung San Suu Ky, arrestata dai golpisti
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Aung San Suu Ky, arrestata dai golpisti

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Il Myanmar di nuovo nel caos. Ancora una volta il Paese dei Pavoni torna sotto il tallone dei militari con un colpo di stato messo in atto alla vigilia dell’insediamento del nuovo Parlamento eletto a novembre in elezioni vinte in modo plebiscitario dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi. Le voci di golpe che da giorni si rincorrevano hanno trovato conferma in un comunicato emesso dalle Forze armate: tutti i poteri ora sono trasferiti al generale Min Aung Hlaing che ha proclamato lo stato di emergenza, sospeso il Parlamento, arrestati Aung San Suu Ky e tutti i ministri e i dirigenti dei partiti democratici e affidato la presidenza ad interim al generale Myint Swe.

L’obiettivo è fin troppo evidente: soffocare la transizione democratica avviata nel 2011 e guidata da Aung San Suu Kyi, per 19 anni costretta agli arresti domiciliari, premio Nobel per la pace nel 1991 e leader del governo.

«Esorto la popolazione a non accettare il golpe, a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato dei militari» ha fatto sapere Suu Kyi in una dichiarazione diffusa dalla Lega Nazionale per la Democrazia.

Il Myanmar - questo il nome dato dai generali alla Birmania - è da sempre segnato dal peso e dalle ingerenze dei militari. Vero è che nella storia birmana il ruolo dei militari è stato sempre centrale, fin dalle origini, quando la lotta contro l’occupazione giapponese e poi per l’indipendenza dalla dominazione britannica fu guidata dal generale Aung San, padre Aung San Suu Kyi, ucciso alla vigilia dell’indipendenza da un complotto ordito dai vertici militari.

Nonostante quell’assassinio, nei primi anni della indipendenza la Birmania conobbe una breve stagione democratica. Poi dall’inizio degli anni ’60 i militari presero il potere che hanno tenuto ininterrottamente per oltre mezzo secolo, con una dittatura sanguinaria e feroce. E quando un forte movimento di protesta guidato dagli studenti, nel triennio 88-’90 causò la crisi del regime e ottenne libere elezioni vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia, i militari non esitarono - come oggi - a organizzare un nuovo colpo di stato tornando a martoriare il Paese con la repressione e la negazione di ogni libertà. Così come con la stessa ferocia repressero nel 2007 le proteste popolari guidate dai monaci buddisti.

La lunga dittatura, grazie alle forti pressioni internazionali, fu superata nel 2012 da una transizione democratica guidata da Aung San Suu Ky, pur riconoscendo un ruolo ai militari ( il 25% dei seggi in Parlamento e tre ministeri chiave, Difesa, Interni, Integrità territoriale) nella speranza che accettassero le regole della democrazia. La drammatica repressione militare della minoranza Rohinga aveva già gettato un ombra fosca sulla reale disponibilità dei militari ad accettare lo stato di diritto. Il golpe di ieri ha vanificato brutalmente ogni speranza e in queste ore si torna indietro, agli arresti arbitrari, alle divise nelle strade e alla sospensione di ogni diritto democratico, precipitando il Myanmar, di nuovo, in una condizione di angosciante incertezza e paura.

Il Myanmar ripiomba nel buio, la democrazia viene calpestata e la prevaricazione della violenza torna a imporsi. Ora è responsabilità morale e politica della intera Comunità internazionale e di ogni coscienza democratica non lasciare solo quel Paese nella sua lotta per la democrazia e la libertà.

*presidente commissione Esteri Camera dei deputati inviato speciale Ue per il Myanmar 2007-2011

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