Italia
Nei campi, da Grosseto a Livorno, i nuovi schiavi sfruttati a 4 euro l’ora
I “caporali” usano coop fittizie per coprire il lavoro nero da Grosseto a Livorno. La Cgil: «Irregolarità per il 35% dei contratti in agricoltura, servono più controlli»
Non si vedono mai se non la mattina molto presto quando scendono dagli autobus o dai treni che hanno preso prima dell’alba. Salgono su monovolumi da nove posti, anche nuovi di pacca. Ti metti a osservarli: dal colore della pelle, dai tratti somatici, dall’abbigliamento che indossano vedi che sono originari dell’Africa e di paesi asiatici. Sono infreddoliti, qualcuno non ha nemmeno un piumino addosso. Entrano dentro e conti: sono sempre più di nove a salire. La persona che è scesa per aprire fa fatica a chiudere lo sportello. Ma, alla fine, quelli dentro si stringono e si stringono ancora. E poi via. Il monovolume parte a tutta velocità. Le destinazioni da raggiungere possono essere anche molto lontane. Cento, duecento chilometri stando stipati per andare a guadagnare tre, quattro euro l’ora, spesso in nero.
Ecco: anche questi sono nuovi schiavi sfruttati dai caporali soprattutto per le lavorazioni necessarie nei vigneti. Nel Grossetano, nel Chianti, in provincia di Livorno. Quasi mille sono solo nella provincia di Grosseto. «Stimiamo – spiega Paolo Micci, responsabile della Flai Cgil di Grosseto – che il 35% dei circa novemila lavoratori agricoli impiegati nelle nostre campagne sia totalmente in nero o in una situazione di grigio per cui nelle loro paghe figurano meno ore di quelle che effettivamente hanno fatto». Per la parte extra è difficile poi capire se al lavoratore viene dato comunque qualcosa oppure viene tutto abbuiato.
Gli sfruttamenti nella zona di Grosseto, uno dei territori dove maggiormente si annida questo fenomeno di sfruttamento, sono assortiti. «I lavoratori agricoli sono a tempo determinato – spiega Micci – con 102 giornate effettuate hanno diritto alla disoccupazione. E buona parte di loro arriva ad avere questo quantitativo». Guarda caso, il sospetto è che poi effettivamente il loro impiego sia stato ben più consistente durante l’anno. E qui siamo nel grigio. Ma poi c’è il nero che più nero non si può. Riguarda gli operai immigrati che vengono gestiti dai caporali: i loro compensi sono di tre, quattro euro l’ora. Poi dalla giornata vengono tolte varie “voci”: il servizio di trasporto sui luoghi di lavoro, un’altra somma se hanno la necessità di un posto letto e un’altra ancora per mangiare. Alla fine rimane la metà di quello che hanno “guadagnato”. Tutto il sistema di irregolarità viene gestito spesso, come è stato documentato anche da recenti interventi di carabinieri e ispettorato del lavoro, attraverso false cooperative di servizi. «C’è stato anche l’arrivo della legge contro il caporalato (la 199 del 2016) – va avanti Micci – ma di fatto ha fatto sparire una percentuale di nero ma ha aumentato il grigio perché magari il lavoratore ha la busta paga ma mai corretta, sempre con meno ore rispetto a quelle che ha lavorato».
«Quello che serve – va avanti il responsabile Flai Cgil della Toscana, Mirko Borselli – è la decuplicazione dei controlli dell’Ispettorato del lavoro, ora sono pochi a causa di risorse limitate. In più per quanto riguarda l’agricoltura c’è un altro problema: quando gli ispettori arrivano in una foresta o in un campo di tanti ettari non è come quando vanno in una fabbrica. Possono allontanarsi senza difficoltà e dunque ci vorrebbero strumenti tecnologici più avanzati».
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