Il dolore
I rischi social e il ruolo della scuola
"La cosa è fine, seria, delicata alquanto, ma non grave". Questo era l’incipit di una lettera, appesa fuori dal cimitero di Castagneto Carducci alla fine degli anni ’60. L’autore della missiva fu l’allora custode del cimitero stesso, il quale voleva esporre ai suoi concittadini un problema che si stava verificando nel luogo da lui custodito: furto di fiori dalle tombe. Ho utilizzato questa frase, perché mi riporta ad un periodo ben preciso, il 1969, anno in cui, a Pisa, nacque la facoltà di Informatica.
Avevo cinque anni e nulla in quel tempo lasciava presagire quello che sarebbe successo. Solo alcune menti illuminate, fra cui Enrico Fermi, intuirono le enormi potenzialità di questa nuova scienza. Erano gli anni del boom economico, del cosiddetto miracolo italiano, in cui tutto sembrava possibile, anzi: tutto era possibile. Mi chiedo dove abbiamo sbagliato. Perché è chiaro che le responsabilità sono anche mie, di noi "adulti", non certo degli attuali adolescenti: come possono avere responsabilità? Eppure, se mettessimo insieme, adesso, in una stanza alcuni bambini, assisteremmo probabilmente a una scena in cui ciascuno starebbe per conto proprio, con un tablet in mano o un iphone, collegato alla "rete", ignorando del tutto o quasi i propri coetanei.
Avete mai osservato le persone a tavola? Bambini e adulti. Spesso si ignorano e guardano il cellulare, come se la "vita" fosse quella virtuale e non quella reale che è accanto a loro. Perché accade tutto ciò? Perché una bambina di 10 anni muore giocando a Tik Tok?
L’informatica è il mio mestiere (mi sono laureato a Pisa proprio nella facoltà nata nel 1969). Credo che l’informatica vada rispettata e saputa usare, consapevoli che rappresenti una enorme opportunità, una necessità e, contemporaneamente, rischi reali che hanno minato le fondamenta del futuro delle nuove generazioni. Il mio professore di Sistemi I, Giovan Battista Gerace, nel 1985 disse a noi discenti: «Una società altamente informatizzata è una società altamente pericolosa».
Credo che l’informazione e il disagio sociale siano due aspetti da tenere in forte considerazione. Per quanto concerne l’informazione, non a caso, il corso istituito a Pisa nel 1969, si chiama "Scienze dell’Informazione". L’ "Informazione" con la "I" maiuscola, è una scienza. E come tutte le scienze, l’acquisizione di essa (l’informazione), costa fatica. Non è un regalo, non è una questione di velocità: è una questione di cultura, di pazienza e di fatica.
Cosa possiamo fare? È presto detto: leggere! Informarsi, essere curiosi e non avere fretta. In un’ epoca, in cui si vogliono esprimere concetti con poche parole, dove la velocità prevale sulla qualità, l’informazione è bistrattata, umiliata, ridotta al punto tale da diventare disinformazione. Ma, soprattutto, dobbiamo stare attenti alla fonte dell’informazione, perché la "vera" informazione, quasi sempre, è quella scritta su carta. Non quella spicciola e poco o per nulla verificata che troviamo "on-line" su canali talvolta non affidabili, dove "motori di ricerca" ci possono indirizzare in base ad algoritmi che non conosciamo.
Il disagio sociale, invece, è derivato dall’utilizzo errato, smodato, senza limiti e controlli, delle nuove tecnologie ed è esploso con la pandemia: un connubio che ha formato una sorta di tempesta perfetta che rischia di travolgere tutti noi. Le categorie più deboli e indifese, bambini, giovani e anziani, pagano il prezzo più alto.
Quali difese può avere un adolescente, di fronte a internet e ai social in genere? Come può trovare il modo di difendersi, se è lasciato solo in balìa di un universo dove virtuale e reale si confondono? Come può avere gli strumenti per discernere il male dal bene, il falso dal vero, la finzione dalla realtà?
In tutto questo la scuola ha un ruolo determinante, al pari delle famiglie. "Perché la cosa è fine, seria, delicata alquanto e molto grave".
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
