La manifestazione
Marino Vago, presidente di Smi: "Abbiamo un valore, facciamocelo pagare"
Una filiera, quella della moda, che corre a più velocità e che ha bisogno di trovare dei punti di collaborazione. Tra grandi industrie e piccole realtà dell’indotto, tra i diversi distretti del Paese per vendersi meglio all’esterno e tra realtà produttive e istituzioni per avere regole certe che mettano in chiaro cosa a realmente un valore e cosa non ce l’ha
Una filiera, quella della moda, che corre a più velocità e che ha bisogno di trovare dei punti di collaborazione. Tra grandi industrie e piccole realtà dell’indotto, tra i diversi distretti del Paese per vendersi meglio all’esterno e tra realtà produttive e istituzioni per avere regole certe che mettano in chiaro cosa a realmente un valore e cosa non ce l’ha. Perché la sensazione è che mentre i francesi hanno capito il valore del sistema moda italiano, l’abbiano capito meno proprio gli italiani che “sperperano” professionalità e vantaggi acquisiti negli anni sugli altri. Eccola la lucida analisi di Marino Vago, presidente di Sistema moda Italia.
Qual è la situazione che sta vivendo il settore?
«La moda, insieme al turismo, è il settore tra i più colpiti dalla pandemia con cali di fatturato preoccupanti. Su di noi si è abbattuta una tempesta perfetta. Rappresento un settore che ha dato una risposta, con grande senso di responsabilità, al Paese per porre rimedio, durante la prima ondata, alla carenza di dispositivi. Per dire che, poi, nei momenti successivi, è stato un settore dimenticato. Faccio fatica a capire come possa essere aperto un negozio di un certo tipo piuttosto che un negozio di abbigliamento o di calzature».
Quando ci sarà una vera ripresa.
«È un grosso punto di domanda. Il 2021 sarà un anno horribilis. Se il piano dei vaccini funzionerà, inizieremo nel secondo semestre una leggera inversione di tendenza con un recupero previsto per il secondo semestre del 2022. Nel frattempo dovremo, anche come filiera, prepararci a un cambiamento, a partire dalle relazioni di fornitura».
Ci spieghi meglio...
«Se perdiamo le competenze non le recupereremo più. La grande artigianalità del settore, che poi in realtà è di tipo industriale, va salvaguardata. Le istituzioni e chi ha responsabilità di fare le scelte si renda conto del valore che rischiamo di perdere: la moda prima della pandemia valeva il 50% dell’avanzo primario della bilancia dei pagamenti. Se vogliamo pagare i debiti che stiamo facendo in questo momento, dobbiamo investire e salvare il settore».
E come suggerisce di farlo?
«Basterebbe fare alcune scelte mirate dal punto di vista produttivo anticipando fenomeni di circolarità e sostenibilità. Non siamo impreparati su questi temi: mentre una parte delle aziende scappava all’estero, un’altra parte ha investito qui creando valore aggiunto e puntando sulle produzioni ecosostenibili. Abbiamo cominciato molto prima degli altri. Ora arriva il momento di affrontare il tema con serietà. Servono grandi battaglie sul “made in” dando la possibilità di tracciare i prodotti: si leggono su questo tante false notizie, diamo regole comuni per far passare la giusta comunicazione».
A cosa si riferisce quando parla di fake news, false notizie?
«Da noi, in dialetto bustocco, si dice “al vai pussè marcà che fa”, vale di più segnarli che farli. Si parla dei punti quando si gioca a scopa. Per intenderci: vince chi segna i punti ma chi li segna sulla carta non è detto che li abbia fatti davvero. Ecco, bisogna tornare a misurare il valore di quello che facciamo, e quindi a dare regole che consentano di attribuirlo con certezza, senza affidarci al sentito dire. Se il livello di tracciabilità e sostenibilità può essere interpretato,m ognuno può dire ciò che vuole…
Nel frattempo, mentre noi parliamo su come investire, come modificare le regole, c’è chi già è più avanti. I grandi brand francesi, i fondi di investimento acquistano pezzi importanti di filiera.
«Se la partecipazione dei fondi è dare maggiori risorse e capitale va benissimo. Se sono partecipazioni mordi e fuggi per massimizzare il valore e distribuirlo agli azionisti invece non va affatto bene. Le nostre aziende dell’indotto sono scarsamente patrimonializzate e su questo bisogna ragionare: in un’economa evoluta è necessario crescere tutti insieme, committenti, terzisti, imprenditori, forza lavoro. E anche lo Stato deve fare la sua parte».
Ad acquistare spesso sono i grandi gruppi francesi.
«Non sono contrario a prescindere all’acquisto da parte di gruppi stranieri. Quando è accaduto che alcune aziende italiane siano state acquisite dai grandi gruppi del lusso francese, sono state messe all’interno di strutture organizzate aumentando occupazione e competenze generalizzate. Semmai a mancare è una maggiore collaborazione tra i grandi marchi italiani. Servirebbe un Marchionne della moda. Abbiamo grandissimi marchi ma non la forza di chi può contare su fatturati enormi come appunto i gruppi francesi.
Intanto molte aziende chiudono o chiuderanno.
«Anche per questo serve capacità di adattamento e di flessibilità. Dobbiamo creare strumenti diversi per necessità diverse. Per una piccola azienda la perdita di un dipendente è un danno patrimoniale, va tutelato quel posto per dare all’azienda un valore spendibile nel futuro: dobbiamo dare una cassa Covid speciale. La situazione è diversa per le aziende più strutturate dove si possono utilizzare altri strumenti per l’uscita del personale: penso agli scivoli del settore bancario. Le grandi aziende hanno maggiori capacità di recupero, riescono meglio a trasferire le competenze che hanno all’interno perché è più facile formare 20 persone che fanno la stessa attività rispetto a due collocate in un’impresa da 40 persone con mansioni differenti. In Italia abbiamo un unico metodo di comportamento ma non può funzionare per tutti.
In cos’altro il settore dovrebbe migliorare?
«Con il mancato adeguamento dei cicli formativi abbiamo disperso una serie di competenze incredibile. In Toscana c’era il laboratorio dell’istituto Buzzi, la sua chiusura, grida ancora vendetta. Dobbiamo pensare che i Tecnici hanno la stessa dignità di altri istituti. Una brava modellista ha soddisfazioni economiche di tutto rispetto. Oggi le competenze sono rimaste nelle aziende e nei centri tecnologici e dobbiamo creare un maggiore contatto diretto e di scambio tra scuola e industria. Devo fare una critica agli imprenditori: avremmo dovuto cominciare a pensare a sistemi di formazione più moderni prima di oggi. Dobbiamo tornare anche noi vivere la formazione come un investimento, patrimonializzarla in qualche modo.
Non pensa che i distretti della moda italiana siano ancora molto, troppo, divisi tra loro?
«È uno dei miei più grandi dispiaceri. Non sono riuscito a far capire alla filiera tessile che Biella, Como e Prato rappresentano insieme l’Italia. Dovevamo presentarci al mondo con il total look: far passare il messaggio che chi viene in Italia trova la migliore soluzione. Presentarsi come il cachemire è meglio della seta è un errore fondamentale. L’Italia dei campanili ci danneggia e basta».
Italia dei campanili, appunto. Biella ha ottenuto un finanziamento da 15 milioni di euro per tre anni. E gli altri niente…
«Sono contento che Biella abbia ottenuto questi fondi. Se per un territorio hanno stanziato questi soldi, chissà quanto dovrebbero mettere a disposizione per la moda nel suo insieme. Biella ha permesso di accendere la luce sulla gravità della situazione. Ora continuiamo. —
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