Il Tirreno

Toscana

l'intervento

Una proposta per arginare lo strapotere dei social

Giulio Romani*
Il profilo Twitter di Donald Trump
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Il profilo Twitter di Donald Trump

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Con riferimento alle recenti notizie del ban (blocco) del presidente americano Donald Trump da Twitter, del ban "temporaneo" del quotidiano Libero, del blocco parziale dell’ex parlamentare Marco Rizzo su Facebook, vi prego cortesemente di leggere quanto segue. In fondo al messaggio trovate la mia proposta.

Sono fermamente convinto che si debba aprire un’ampia discussione sul tema, siamo a un passo da una grave sconfitta per tutta la società.

Non si tratta solamente della censura esplicita, per alcuni condivisibile come nel caso di Trump che avrebbe istigato alla violenza, ma della continua manipolazione cui le persone sono soggette per mezzo degli algoritmi che regolano la visibilità dei contenuti sui social media. Faccio alcuni esempi. La notizia X viene fatta vedere solo al 25% degli utenti. La notizia Y viene mostrata subito dopo la notizia Z, in modo da suscitare una reazione di un certo tipo. Le notizie dell’utente Mario Rossi vengono mostrate sempre un po’ in ritardo a tutti coloro i quali rientrano nel profilo "politicamente di destra" per evitare che siano influenzati eccessivamente. Al contrario, le notizie di Luigi Bianchi della prossima settimana vengono mostrate soprattutto alle persone profilate come "critiche", per creare una serie di attacchi nei suoi confronti. La spirale non ha fine.

Vogliamo essere così ingenui da credere che tutto quanto sopra siano solo le fantasie di qualche "paranoico digitale"? La fattibilità tecnica può essere confermata da qualsiasi studente al primo anno di un corso di laurea in informatica. Quali prove abbiamo invece del fatto che questo non succeda? Nessuna, anzi abbiamo molti indizi del contrario. I social network più comuni sono delle cosiddette "black box": non si sa cosa succeda al loro interno, si può solamente ipotizzarlo basandosi su input e output. Vogliamo davvero delegare a queste entità la gestione di una fetta in continua crescita della nostra comunicazione?

Credo che giornalisti e politici debbano drizzare le orecchie di fronte alle recenti censure. Affidando i propri canali di comunicazione ad aziende private (extra-Eu per giunta) si sta consolidando, senza nemmeno accorgersene, una grave interferenza di attori di dubbia moralità nella politica nazionale e nella vita sociale.

Serve una soluzione a livello istituzionale (Unione europea o nazionale) e il lavoro dei giornalisti potrebbe avere un ruolo fondamentale nel portare la cosa a galla: esistono già da diversi anni le tecnologie che permettono di sviluppare reti sociali "federate" e decentralizzate, i cui algoritmi sono aperti, trasparenti, pubblicamente ispezionabili. Gli algoritmi sono a loro volta implementati "open source", in modo che chiunque sia in grado di leggerne il codice sorgente possa verificarli. Cosa significa concretamente? Che ogni governo, ogni testata giornalistica, ogni azienda, potenzialmente anche ogni associazione o gruppo di persone, ha la possibilità di creare "il proprio" Facebook, Twitter, Instagram. Ma, pur essendo una moltitudine di nodi separati, sono comunque in grado di comunicare tra loro (federazione) perché "parlano" protocolli aperti. Quindi il presidente del Consiglio twitta sul server del Governo, ma il giornalista di una testata giornalistica che a sua volta ha deciso di aggiungere il proprio nodo social può leggere, commentare, condividere, esattamente come se tutto fosse gestito centralmente.

E chi non può permettersi il proprio server? Può semplicemente registrarsi a quello di qualcun altro. Per riferimenti si veda Mastodon (analogo di Twitter) e Diaspora (analogo di Facebook). --

*sviluppatore digitale

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