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l'intervista

Macerie dopo la crisi, a rischio in 200mila . Paoloni (Filctem): "Bloccare i licenziamenti"

Ilenia Reali
La segretaria Filctem Cgil Sonia Paoloni nell’elaborazione grafica di Cecilia Caporlingua
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La segretaria Filctem Cgil Sonia Paoloni nell’elaborazione grafica di Cecilia Caporlingua

La segretaria nazionale della Filctem traccia gli scenari dell'industria della moda. "Andranno meglio quelle aziende più digitalizzate e che si dedicano alla fascia del lusso"

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C’è la moda del lusso che si prepara già a cosa accadrà quando i consumi ripartiranno e si avrà voglia di indossare bei vestiti e accessori ma ci sono anche quelle aziende che producono abiti, borse e scarpe di fascia media che meno strutturate – finanziariamente e commercialmente – hanno già l’acqua alla gola e fanno fatica a resistere settimana dopo settimana. Quando il blocco dei licenziamenti sarà rimosso e la cassa Covid si interromperà «a rischiare il posto – dice Sonia Paoloni segretaria nazionale della Filctem Cgil con delega per il sistema moda – saranno oltre 200mila lavoratori del settore moda in Italia. Un numero esorbitante per cui il sindacato chiede interventi, a partire dalla proroga del blocco dei licenziamenti fino a fine anno, per limitare almeno il danno e non pregiudicare la colonna vertebrale della nostra manifattura.

Paoloni, andiamo subito al sodo. Quando arriveremo alla revoca dei licenziamenti, cosa accadrà? Qual è la vostra preoccupazione?

«Abbiamo forti timori soprattutto per la piccola e media impresa che è l’ossatura portante del sistema moda, il 70-80% dei lavoratori sono impiegati nelle piccole aziende che ora soffrono particolarmente la crisi: gli ordinativi sono calati a seguito dei consumi che sono scesi. Soprattutto nel settore della calzatura alcune aziende stanno già chiudendo. Ricordiamo che il blocco dei licenziamenti vale per le riduzioni di personale ma non li sospende in caso di cessazione delle attività. Questa situazione non può durare per sempre ed è importante che non si facciano ristrutturazioni aziendali in questo momento. Se è vero che ci dovrà essere un cambiamento del nostro modo di vivere, è evidente che vada accompagnato da scelte di politiche».

Quali tipologie di azienda hanno chiuso a fine anno? Quali si sono rivelate più deboli con le difficoltà innescate dalla pandemia?

«A essere in fortissima crisi sono le aziende, in media di 70 dipendenti, con un marchio proprio che non riescono a recuperare il loro mercato e che si basavano per i rapporti con il mercato sulla partecipazione alle grandi fiere di settore: in gran parte sono state rimandate o se si sono svolte a settembre sono andate quasi deserte. Al momento non siamo in grado di quantificare ancora le perdite di posti di lavoro ma quando si sbloccheranno i licenziamenti sappiamo che verrà licenziato il 20-30% del personale complessivo: in totale il sistema moda ha 700mila addetti nell’industria, a cui si sommano altri 150mila dell’artigianato. In questo momento dobbiamo tenere duro, questa frase è drammatica perché c’è un calo di consumi che coinvolge tutto il mondo».

Non proprio per tutte le aziende la crisi pesa allo stesso modo?

Sì, vero. Dipende in quale fascia di mercato opera l’azienda: per chi lavora con l’Asia la situazione sta migliorando. Chi lavora con gli Stati Uniti, l’Europa, l’America latina la situazione è molto peggiore. In generale però tutti si lavora da casa, non si va a scuola, non si esce e quindi si acquista ovunque meno abbigliamento. Chi produce abiti formali da uomo soffre in modo particolare».

Come state cercando di far fronte a quella che sembra sarà un’ecatombe?

«Proponendo nello specifico la proroga del blocco dei licenziamenti per il settore moda per tutto il 2021, fare delle politiche industriali che agevolino il reshoring, il rientro delle produzioni in Italia, e le aggregazioni delle piccole e medie imprese oltre alle politiche e al rilancio del made in Italy. A questo va aggiunto il capitolo della formazione per riqualificare il personale già all’interno del ciclo produttivo. Facciamo un esempio: ci sono commerciali “tradizionali” che con l’avanzamento dell’e-commerce non sono più adeguati e c’è l’esigenza di formarli per riconvertirli. Con Confindustria abbiamo elaborato un documento con una proposta complessiva».

Sono in corso, in Toscana e altrove, acquisizioni di aziende dell’indotto da parte di fondi di investimento e brand stranieri. Qual è il vostro punto di vista?

«Per noi è un fatto positivo perché ci tutela l’occupazione. È importante però che ci sia un reale interesse a investire nel made in Italy altrimenti si rischia di non costruire niente di reale e di trovarci con aziende che tra qualche anno se ne vanno abbandonando i territori».

Quali sono le realtà imprenditoriali, di quali settori della moda, che stanno tornando a produrre in Italia?

«Il reshoring non dipende dai settori ma dal brand, dal marchio. Qualche tempo fa ha coinvolto la Benetton per la maglieria e l’abbigliamento in generale. Poi ci sono quelle aziende che non hanno mai delocalizzato del tutto e stanno potenziando la rete di terzisti qui in Italia. Sicuramente il fenomeno ha coinvolto per primi alcuni brand per poi coinvolgere intere fasi. Nel settore calzatura ci sono più fasi di lavorazione che incidono sul costo del prodotto finale ma che difficilmente possono essere scisse dalla capacità professionale degli addetti».

Il settore della produzione della moda, in particolare per l’indotto, ha dipendenti con un’età media alta. Come si può investire sulla formazione dei giovani?

«Partendo da scuole superiori professionalizzanti. C’è da tenere in considerazione che nella moda in media si guadagna meno e quindi chi si immette nel mondo del lavoro preferisce specializzarsi in altri settori. Lo stipendio lordo di terzo livello è di 1.760 euro lordi. Senza esperienza, dopo l’apprendistato, si entra al secondo livello con 1.500-1.600 euro lordi».

Qual è il rapporto con le associazioni che rappresentano i datori di lavoro?

«Sostanzialmente siamo d’accordo. Le nostre idee coincidono sul fatto che vanno mantenute le professionalità e sulla formazione per adeguarle alle nuove esigenze, sull’opportunità degli ammortizzatori. Poi ci sarà da discutere caso per caso, azienda per azienda sui modi e i tempi per applicarli. Insieme stiamo parlando di solidarietà espansiva, per estendere questo ammortizzatore sociale – meno ore di lavoro ma lavorando tutti – alle realtà più piccole. È tutto in divenire ma quelle aziende che erano già in crisi adesso non reggono più: l’industria della moda strutturalmente non ha aziende patrimonializzate come lo sono per esempio quelle del metalmeccanico».

Come immagina il futuro del settore? Si parla molto del cambiamento degli stili di vita che impatteranno molto in particolare sul commercio di beni “superflui” come l’abbigliamento.

«Il 2021 sarà ancora un anno di transizione mentre il 2022 lo immagino più digitalizzato rispetto a oggi, non so con quali conseguenze per i lavoratori. Il Fast fashion, capi moda a prezzi accessibili, sta chiudendo i mega store. Noi siamo legati all’alta moda, ai monomarca. Il lusso però non è per tutti e se nel resto del settore si sono fermati gli investimenti non è una buona notizia». —

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