Gioco
Giorno della memoria, quella targa "incompiuta" nella Galleria delle Carrozze
Alessio Ducci dell'Aned: «Il numero delle vittime dei deportati da Firenze è un numero approssimativo». Sulle scuse dei Savoia: «Sarebbero state più giuste 20 o 30 anni fa, quando c’erano ancora in vita i sopravvissuti dei campi di concentramento, dei campi di lavoro, di prigionia»
Ritornarono in pochi. Quindici dei trecento ebrei rastrellati in una mattinata a Firenze. Una manciata in più dei deportati politici dalla Toscana nei campi di concentramento di Auschwitz, Mauthausen, Gusen ed Ebensee. Nessuno, oggi, è più in vita. «Per questo arriva tardi la richiesta di perdono di Casa Savoia per le leggi razziali». Alessio Ducci è consigliere di Aned a Firenze. Per tanto tempo è stato presidente della sezione fiorentina dell’Associazione nazionale ex deportati nei campi di sterminio. Suo padre, Alberto, riuscì a tornare dal “campo di lavoro” austriaco. «Pesava 27 chili, non lo riconobbe neppure sua madre». Alessio Ducci, però, c’è il 27 gennaio 2017 a Palazzo Medici Ricciardi a Firenze. Nella Galleria delle Carrozze viene messa una targa. Ci sono incisi 1821 nomi. Forse 1822. Sono quelli di tutti i deportati dalla Toscana nei campi di sterminio o di lavoro.
Questa è una targa diversa da tutte le altre che commemorano eccidi, stragi. È una “incompiuta”. È una targa non terminata, con un elenco incompleto, dove in ogni momento, purtroppo si potranno aggiungere nomi. «Il numero delle vittime, dei deportati - conferma Alessio Ducci - è un numero approssimativo. Non abbiamo la certezza matematica di quello che è accaduto. Soprattutto con gli ultimi convogli, quelli partiti fra il dicembre del 1944 e il gennaio del 1945, la precisione tedesca iniziò a lasciare a desiderare». C’era la necessità di fare in fretta. Sia a “finire il lavoro”, sia a “fare sparire le prove” della soluzione finale e di tutte le atrocità commesse. «Con gli anni, ricostruendo le vicende, ci siamo accorti che alcuni deportati sono stati registrati anche due o tre volte, nello spostamento fra un campo e l’altro. Altri, invece, non sono mai stati registrati. Non hanno fatto in tempo ad arrivare che sono stati uccisi».
È successo anche a 107 ebrei dei 300 rastrellati la mattina del 9 novembre 1943. È un sabato, è Shabat, la festività. Una buona parte della comunità è nella sinagoga. Molti altri vengono prelevati direttamente dalle abitazioni. C’è un elenco completo di nomi e indirizzi. I vagoni piombati sono già pronti a Santa Maria Novella. Partono da lì i vagoni della morte. Ai due estremi della stazione razionalista, monumento all’architettura fascista. Il binario 16 è riservato agli Ebrei, i prigionieri per motivi razziali. Il binario 1 sarà quello dei prigionieri politici, di lì a pochi mesi. I binari agli estremi: «Dovevano essere agli estremi della stazione, in modo che fossero raggiungibili dall’esterno. Coi camion scaricavano le persone e le caricavano sui treni, in modo che non attraversassero la stazione». La gente sapeva, ma non doveva vedere. Come quando i treni attraversavano l’Italia. Con le mani che spuntavano dai vagoni piombati e si salvavano dalla morte per fame o sete se sul Brennero trovavano la neve e quindi riuscivano a bere.
La deportazione degli Ebrei, quindi, da Firenze inizia dal binario 1 il 9 novembre 1943. Due mesi dopo l’armistizio. Ci sono Ebrei toscani, molti fiorentini, pratesi. Destinazione Auschwitz. Fra loro, ad esempio, c’era anche la famiglia Fiano: «Erano in 11 - ricorda Alessio Ducci - ma appena arrivati ad Auschwitz furono uccisi tutti. Sopravvisse solo Nedo (scomparso alcuni mesi fa) perché parlava il tedesco e fu usato come interprete». Chissà che cosa significa sopravvivere quando sai che ti hanno sterminato la famiglia. Dalla Toscana, furono deportati 857 Ebrei: ne sopravvisse il 9% (secondo i dati di Aned). E ci furono 965 deportati politici, con una percentuale di sopravvivenza più alta: il 30%. «Non deve stupire - spiega Alessio Ducci - gli Ebrei venivano rastrellati per essere mandati a morire nelle camere a gas. I prigionieri politici, invece, venivano mandati nei campi di lavoro. Anche se le condizioni di vita erano drammatiche, insostenibili, l’obiettivo non era ammazzarli. Non importava a nessuno se sopravvivevano: potevano morire di fame, di stenti, di fatica, ma non erano destinati ai forni crematori come gli ebrei». Questa è la ragione per la quale qualcuno in più tornò.
Inoltre i prigioneri politici vennero rastrellati dopo. Il primo treno partì da Firenze, dal binario 1 di Santa Maria Novella, l’8 marzo 1944. Erano quasi tutti uomini. Erano colpevoli di aver partecipato allo sciopero generale di inizio marzo. Si erano ribellati: venivano dalle vetrerie di Empoli, dalle fabbriche di ceramiche di Montelupo, dalle aziende laniere di Prato. Eppoi dalle grandi aziende metalmeccaniche di Firenze: Pignone, Galileo. Un rastrellamento in piena regola anche questo. Di uomini che si ritrovarono nei campo di lavoro, dove si strinsero amicizie lunghe una vita (per chi sopravvisse). E tornò. A piedi, in bus. E anche in treno. Quella strana circolarità. Dove tutto era iniziato. Ma non poteva finire. Perché ci sono ferite che non si riemarginano. Continuano a buttare. Passare davanti alle scuole Leopoldine a Firenze ancora oggi mette i brividi ai familiari dei deportati.
Perché è qui, in piazza Santa Maria Novella 10, nell’edificio che oggi ospita il Museo del Novecento, che i “prigionieri politici” vennero “stoccati” prima di essere caricati come bestiame sui vagoni piombati. Ceduti dai fascisti al comando tedesco. Agli (ex) alleati. Mentre già la Resistenza combatteva «e mentre molti soldati italiani si rifiutavano di restare a combattere al fianco dei tedeschi con la repubblica di Salò. Per questo vennero deportati: si parla di almeno 650mila soldati che finirono nei campi di lavoro ai quali, oltretutto, non è stato mai riconosciuto lo stato di prigioniero politico, ma quello di “internato”». L’ennesima umiliazione, conclude Alessio Ducci. Che aggiunge: «Per questo almeno le scuse di Casa Savoia sarebbero state più giuste venti o trenta anni fa, quando c’erano ancora in vita i sopravvissuti dei campi di concentramento, dei campi di lavoro, di prigionia. Almeno avrebbero avuto la possibilità di accettarle. Invece, ora siamo rimasti solo noi, figli o nipoti. E quindi appaiono tardive».
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