Finanza
Casa Savoia scuse tardive e colpe che restano
Accade che Emanuele Filiberto, blasonato ex giovanotto di Casa Savoia, tra un frizzo in tv e un lazzo in discoteca, emerga dall’oblio pressoché generalizzato della storia (ma non del gossip), per chiedere perdono a nome della sua "real" famiglia a causa delle leggi razziali (razziste) firmate e comprovate dal re Travicello, suo bisnonno, che hanno discriminato, perseguitato e mandato a morte migliaia di ebrei italiani solo per il fatto di essere ebrei.
A quasi un secolo da quella tragica e oscena legge, il bisnipote in verità un po’ improbabile di quel re certamente improbabile, scrive una lettera ai "fratelli ebrei" della Comunità ebraica italiana per chiedere scusa di «quella firma sofferta» e per fare «i conti con la storia».
Ora meglio tardi che mai, ma quell’aggettivo «sofferta» appiccicato al sostantivo «firma» la dice lunga sul silenzio durato ben 83 lunghissimi anni dall’avallo scellerato che i Savoia accordarono a Mussolini nella sua rincorsa ai deliri del nazismo. Vittorio Emanuele III firmò e basta le leggi razziste volute dal dittatore perché, anche quella volta (la seconda fu con la meschina e precipitosa fuga da Roma verso Brindisi), volle salvaguardare se stesso e il suo casato. Ivi comprese le proprie incontenibili e incalzanti ambizioni.
Da un lato, infatti, c’era il timore di scatenare le ritorsioni dei nazifascisti sulla monarchia qualora il re avesse rifiutato di apporre il proprio sigillo - benché lo spirito liberale ed egualitario dello Statuto Albertino avrebbe ampiamente giustificato quel rifiuto -, dall’altro accadeva che il "piccolo re" aveva da poco guadagnato il titolo di Imperatore d’Etiopia, e la Germania era l’unica nazione che l’aveva pomposamente riconosciuto: dunque se quello era il prezzo da pagare per conservare la nuova corona - che da allora in avanti gli starà sempre più larga! - non c’era valore o etica della responsabilità che tenesse.
La comunità ebraica a cui è rivolta la lettera del discendente di quel "piccolo re", ha ben presenti il contesto, le ragion di Stato e i cinismi regali che hanno poi precipitato nella Shoah milioni di esseri umani. E non ha dubbi: intanto si limita a «prendere atto» delle dichiarazioni di Emanuele Filiberto, ma poi aggiunge che il rapporto di Casa Savoia col fascismo nella storia e nella memoria d’Italia «è noto e drammatico».
Ciò che è successo con le leggi razziali, al culmine di una lunga collaborazione con il fascismo «è un’offesa a tutti gli italiani, ebrei e non ebrei, che non può essere cancellata e dimenticata», e il silenzio dei discendenti di quella Casa durato più di 80 anni «ne è un’ulteriore aggravante». Gli ebrei italiani «e i discendenti di quelle vittime - conclude la risposta della Comunità ebraica romana - non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese...».
E infine, un’ultima considerazione. «...Anche gli italiani dovrebbero chiedere scusa» dice a un certo punto della sua intervista al Tirreno, Emanuele Filiberto. In effetti è vero, anche gli italiani dovrebbero scusarsi con il popolo ebraico, per aver scelto Mussolini, per aver votato i suoi rappresentanti in quel Parlamento che votò a maggioranza le leggi razziali del ’38. Ma gli italiani, forse lo dimentica l’erede di Casa Savoia, hanno pagato un prezzo altissimo per quell’errore/orrore del fascismo: hanno versato sangue, hanno sofferto persecuzioni, hanno patito la fame e la galera, hanno sacrificato migliaia e migliaia di vite giovani e vecchie contro il fascismo e il nazismo.
Ecco, hanno già chiesto scusa gli italiani, signor Emanuele Filiberto. E chi di loro magari ancora oggi strizza l’occhio a quell’orrenda prepotenza della storia, non è un amico degli italiani, e magari frequenta anche quegli stessi salotti che l’ex giovane erede non disdegna di frequentare.
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