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Quello scrittore che custodisce il libro di vetta

Lo scrittore Federico Pagliai mostra uno dei libri di vetta di cui si occupa da più di 30 anni
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Lo scrittore Federico Pagliai mostra uno dei libri di vetta di cui si occupa da più di 30 anni

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Quando arrivano in cima alla vetta c’è qualcosa di speciale che colpisce il loro cuore. Lo sguardo si perde in un panorama che sa di infinito e allora affiorano pensieri e ricordi che magari erano sopiti da tempo. Anche gli animi più riservati si sentono trasportare da sentimenti che magari non sapevano di poter provare e a un tratto, come per incanto, sentono il bisogno di aprirsi. Un senso di libertà che è difficile spiegare ma che esplode con parole che, forse, nemmeno loro stessi credevano di saper dire. Forse è vero che arrivare in cima a una montagna è come avvicinarsi a Dio. E si diventa migliori. E quelle parole, quei pensieri non è detto che siano trasportati dal vento chissà dove.

Spesso in questi luoghi si trovano i cosiddetti libri di vetta, registri cartacei che vengono lasciati in cima alle vette delle montagne per raccogliere i messaggi di coloro che passano di lì. Vette speciali, capaci di diventare scrigni di una raccolta di storie umane.

Quello che si trova al Balzo Nero, una vetta di 1. 315 metri che è tra la provincia di Lucca e quella di Pistoia e che è chiamata l’antipasto delle Apuane per la sua conformazione, è custodito da più di 30 anni da Federico Pagliai, di Gavinana (San Marcello Pistoiese), operatore del 118, scrittore, esperto di montagna e guida ambientale.

Pagliai, 55 anni, è una persona fortunata, baciata dalla sorte che volle che lui si trovasse al momento giusto nel punto giusto. Proprio quando un anziano, troppo stanco di custodire il libro di vetta del Balzo Nero, volle consegnargli quello che è un onore e un onere.

«Da più di 30 anni cambio il libro di vetta che sta sulla sommità del Balzo Nero il mese di gennaio. È una storia lunga - racconta Pagliai -, una storia di stima e rispetto, di amicizia tra un Federico ventenne e un vecchio ottantenne, uniti da una comune passione e una promessa mantenuta. Dal 1987 è una missione che compio e la continuo a fare per lui, per me e, soprattutto, per coloro che una volta in cima sentono il bisogno di lasciare una testimonianza che diventa momento di unione, uomini e donne accomunati dall’esperienza sana e dalla pedagogica fatica del salire in alto».

A volte le intemperie sciupano il libro ed è per questo che negli ultimi anni questo è conservato in maniera più protetta.

«Una volta era tenuto incastrato tra la roccia - dice ancora Pagliai - poi negli ultimi anni, grazie a un escursionista che si chiama Giovanni Bechi, lo si mette in una scatolina di metallo. E ogni anno che lo vado a prendere scopro quanto questi fogli siano un archivio di emozioni, pensieri e suggestioni che molti escursionisti sentono il bisogno di lasciare. Una volontà precisa per dire che sono passati da lì. Che la magia di quel luogo ha fatto riemergere in loro un ricordo, un’emozione. Tanto da fermarla su carta. Ci sono tante testimonianze, anche di stranieri, come tedeschi e norvegesi».

Ogni anno a gennaio Pagliai ripete la sua promessa. Due ore abbondanti di cammino da casa sua al Balzo Nero. Prende il libro di vetta, lo porta con sé e ne mette uno nuovo.

A casa ne custodisce gelosamente una trentina. Alcuni malconci, altri meno, ma tutti pregnanti di valori e messaggi umani. Tutti unici. Ogni tanto legge alcuni passi e si stupisce, ogni volta, della bellezza dell’animo umano. Custodisce un patrimonio e ne è cosciente. Ed è per questa ragione che ha tre desideri.

«Il primo - spiega - è quello di far rilegare tutti questi libri di vetta e, affinché non vadano persi, consegnarli al Club alpino di competenza territoriale. Il secondo è quello di prendere spunto dalle scritte degli escursionisti per scrivere un libro, magari diviso per tematiche raccolte per ordine alfabetico. Il terzo desiderio è quello più importante e difficile: trovare un giovane che mi sostituisca in futuro e si occupi del libro di vetta del Balzo Nero. Mi piacerebbe che qualcuno un domani si prendesse cura di questa biblioteca d’alta quota. È un appello che faccio».

Pagliai ha ragione. Questo scrigno di emozioni non può trovare fine. Ed è vitale che altri ne diventino custodi. In quel punto del Balzo Nero vi è anche una piccolissima croce che ricorda un caduto. È un vero luogo della memoria.

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