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Sfida mortale su Tik Tok, l'esperta: «Mai lasciare i figli più piccoli da soli con i telefoni cellulari»

Martina Trivigno
Sfida mortale su Tik Tok, l'esperta: «Mai lasciare i figli più piccoli da soli con i telefoni cellulari»

I consigli della polizia postale per prevenire le conseguenze delle sfide: «Sul web c’è di tutto, anche cospargersi di alcol il capo e darsi fuoco» 

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La più nota è la “Balena blu”. Ma, nello sconfinato (e in parte oscuro) mondo del web, di sfide simili - sprezzanti del pericolo - ne esistono parecchie. E che si tratti di rispettare 50 “regole” autolesionistiche (farsi tagli sulla pelle o guardare film con scene molto violente), cospargersi il capo con l'alcol e darsi fuoco o ingerire grandi quantità di farmaci, il risultato finale è, purtroppo, lo stesso: procurarsi la morte. Un gioco al ribasso e al massacro. Succede più o meno ogni giorno. Con le “sfide” che mutano pelle e corrono via cellulare. Veleno impalpabile. E letale. Si è visto ieri a Palermo, dove una bambina di dieci anni si è stretta la cintura dell'accappatoio intorno alla gola. Ed è morta. Un’altra sfida, una prova di soffocamento estremo su TikTok, social network popolare soprattutto tra i giovanissimi. Che hanno accesso ai cellulari. Eppure «non si deve mai lasciare un bambino da solo con un mezzo così potente come il telefono cellulare». Lo spiega la dottoressa Anna Lisa Lillini, direttrice della seconda divisione della polizia postale. Lo sa bene lei, primo dirigente della polizia di stato, ogni giorno in lotta con fenomeni come la pedopornografia.

Dottoressa Lillini, la polizia postale come contrasta il fenomeno delle sfide?

«L'unico modo per evitare che bambini e ragazzi cadano nella rete è la prevenzione. Lo facciamo noi, come polizia postale, attraverso incontri nelle scuole, ora a distanza a causa dell'emergenza sanitaria. Inoltre pubblichiamo allarmi per far conoscere il fenomeno delle sfide sul web, in cui spieghiamo dettagli e caratteristiche».

Dove pubblicate questi allarmi?

«Sul nostro sito (www.commissariatodips.it) e sulle pagine Facebook “Una vita da social” e “Commissariato di ps online”».

A chi sono destinati questi messaggi?

«A tutti, agli adulti in particolare. Il compito più importante spetta ai genitori: loro devono far capire ai figli che quello che viene descritto come un gioco è, in realtà, di una gravità tale da mettere in pericolo la vita. È importante che i figli siano preparati così da non subirne il fascino qualora venissero al corrente dai coetanei o sui social di queste sfide».

Perché bimbi e ragazzi accettano sfide pericolose?

«I ragazzi molto spesso non hanno la giusta percezione del rischio e si credono invincibili. Per questo è importante che abbiano chiaro fin dall'inizio quali siano i rischi. Non hanno la capacità di prevedere le conseguenze di ciò che fanno. E, per questo, potrebbero considerare innocui, senza conseguenze, comportamenti invece letali».

Ma se la prevenzione non fosse sufficiente, come si può impedire ai giovani di avvicinarsi alle sfide?

«Un ruolo centrale lo ricopre la famiglia: i genitori non devono lasciare i figli piccoli da soli “in compagnia” del telefono cellulare e, soprattutto, devono stabilire un tempo massimo durante il quale restare connessi. Devono poi interessarsi alle frequentazioni dei figli sui social network. Per farlo, possono iscriversi loro stessi per avere un controllo discreto, ma attivo. E che usino la scusa delle scarse competenze tecnologiche per sottrarsi: qui, in gioco, c'è la vita dei loro figli».

Chi si trovi in una situazione di pericolo che cosa può fare per difendersi?

«Se in rete qualcuno trovasse o notasse video che si riferiscono a sfide pericolose o, ancora peggio, inviti a partecipare, e se i ragazzi ricevessero da parte di coetanei video sul tema, bisogna segnalarli al sito della polizia postale www.commissariatodips.it. Le sfide non sono un gioco e, spesso, portano alla morte. Perciò i genitori devono sempre stare accanto ai figli». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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