Il Tirreno

Toscana

l'intervento

Perché quella prima pagina mi ha colpito

Domenico Aleotti*
Perché quella prima pagina mi ha colpito

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Raramente, nei tanti anni di lettura di quotidiani, mi era capitato di rimanere colpito così fortemente come dalla prima pagina del Tirreno di sabato 9 gennaio.

Dal fuoco sparso nella pagina, uscivano, tenendosi abbracciati, forse un anziano padre e un figlio, o due figure che si sostenevano in un atto di commovente solidarietà.

Così cantarono Omero e Virgilio, esaltando le due figure che abbandonavano il fuoco di Troia, in filiale abbraccio e sostegno. La poesia consegnava alla storia, all’Occidente, la nascita della solidarietà, rendendo immortale il concorso nell’aiuto verso chi ha bisogno.

Ma il canto di amore e di solidarietà, era lontano nella notte di Livorno del 10 aprile 1991, una città conosciuta nel mondo per la civiltà, per il diffuso volontariato, per colpa dei responsabili dei vari compartimenti non intervenuti, appariva al mondo, distratta e lontana dal dolore e dalla tragedia che si consumava nelle sue acque.

Il giornalismo livornese seppe interpretare lo stupore e il dolore della città per i ritardi nefasti.

Il giornalismo a volte lascia segni che prendono cuore e cervello, non è poesia, ma può diventare storia, sanare in parte il dolore dei coinvolti, poi appare una "pagina di fuoco" e le lontane tragedie riemergono aprendo altre sofferenze e altro dolore, altri incendi, altri morti.

A me ha ricordato Livorno, la tremenda primavera del 1991, lavoravo alla rubrica della Rai "Parte Civile" coraggioso tentativo di fare una televisione di solidarietà, di sostegno di sostegno per i senza poteri, un sogno, un’illusione, per una Rai ancora troppo ostaggio dei poteri politici.

Fu inviato con una troupe a Livorno, per seguire le giornate del dolore e dello strazio.

Ascoltavo, ascoltavo, raccoglievo lo sdegno e la rabbia, che il popolo di Livorno esprimeva per tutti i centri di comando che non erano intervenuti in tempo, pensando al gesto eroico, per lui normale, che un giovane portuale fece uscendo dal porto con una piccola barca salvando così l’unico sopravvissuto. Pensando al gesto del giovane portuale che salvò il mozzo mi venne in mente un altro naufragio così ben raccontato dallo scrittore Herman Melville, su l’unico sopravvissuto del naufragio del Pequod: il mozzo si salva sostenuto da una bara galleggiante nell’oceano e viene recuperato dalla nave gemella del Pequod "La Rachele", che continuava a cercare nell’oceano i "figli" scomparsi. La nave, chiamata da Herman Melville con un nome biblico, cercava figli non suoi, poiché nella Bibbia Rachele è una figura notoriamente sterile, ma capace di amare.

Non ci fu tempestiva ricerca, nella ristretta baia tirrenica, non ci furono vele spiegate, ne motori quella notte, non ci fu attento ascolto, del dramma che rendeva cenere un’umanità dimenticata, da ritardi colpevoli. Nel mare di Livorno si consumò una tragedia biblica mentre il cielo era arso da immensi bagliori.

Conobbi un uomo quei giorni, che cambiò molto della mia vita, era un comandante di rimorchiatori, e una sua figlia scomparve nel rogo del Moby Prince. Capii molto di quello che era successo ascoltandolo e portai a Roma in Rai le sue impressioni, sapevo che non sarebbero passate, ma promisi che avrei fatto di tutto per riuscirvi.

A Roma, la direzione del programma, considerò il mio lavoro troppo forte nei confronti del comandi preposti alla sicurezza sul mare, inoltre, avevo sottolineato la presenza di strane navi in baia, si diceva che caricassero armi per l’Iraq, in guerra con l’Iran, il tutto con la supervisione americana.

La direzione mi chiese di ritornare a Livorno e di rendere l’inchiesta più "digeribile", tornai a Livorno, ma non cambiai le mie convinzioni: i processi da farsi erano due, lo speronamento e il ritardo dei soccorsi. Questo non sarebbe mai passato e non passò, e io, convinto che nessuno dei poteri, a parte qualche quotidiano avrebbero mai permesso una ricerca delle responsabilità, così lasciai la Rai.

Il tempo mi fu amico, nella verità, molte delle cose che avevo intuito, vennero fuori negli anni, ma non passarono per imboccare spediti la strada della verità.

Di una cosa vado fiero però, dopo trent’anni il ricordo di aver rispettato la parola data al comandante Rispoli, in nome del dolore per la scomparsa della sua amata figlia: «Se non passano le tue dichiarazioni, abbandono la Rai».

Perché ho scritto queste note, perché l’articolo apparso sabato 9 gennaio, sulle giravolte giudiziarie della tragedia ferroviaria di Viareggio, mi ha commosso, riportandomi ai tristi giorni delle fiamme sul Moby Prince. Articoli così rendono alto il mestiere del giornalista, invitano il lettore a indignarsi, ad arruolarsi in quell’esercito di pace, che non ammaina mai la bandiera della verità, queste cose imparai da un bravo giornalista, umile, ma coraggioso, saldo nei principi, l’allora direttore del Tirreno Luigi Bianchi.

*giornalista e scrittore

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