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Noi costretti a disobbedire per vivere

di MOHAMED EL HAWI del ristorante Da Tito
Noi costretti a disobbedire per vivere

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La definirei una disobbedienza gentile. Quando, venerdì sera, è entrata la polizia nel mio locale, ho soltanto detto: «Fate il vostro lavoro, elevate la multa. Io, poi, farò il mio». Così mi hanno fatto la sanzione, la nona da quando ho deciso di restare aperto.

Nonostante le disposizioni impongano il contrario, da ottobre ho fatto questa scelta. D’altra parte, per noi, aprire i nostri locali è una questione di sopravvivenza. Ma non solo. Da mesi, ormai, le nostre attività sono state "congelate", senza la possibilità di lavorare. I bandoni sono stati abbassati, le luci spente, i dipendenti messi in cassa integrazione. Ma, di fatto, le chiusure di ristoranti, bar e pub non hanno risolto il problema sanitario. Non siamo noi, dunque, la categoria che ha danneggiato il paese. Siamo, però, le persone che hanno subìto i danni più ingenti a livello economico. E riprendersi sarà davvero molto difficile. Noi lo abbiamo detto: apriamo ora, una volta per tutte, per non chiudere più. Apriamo per gridare il nostro malcontento e, soprattutto, la nostra frustrazione. Perché lavorare, per noi, è uno stato di necessità.

E’ così, come una voce per troppo tempo strozzata in gola, che il movimento #apriamo1501 è nato. Da tante teste diverse, ma con un obiettivo comune: far capire che noi, i ristoratori, non siamo il male di questo Paese. Che noi, prima di tutto, teniamo al rispetto delle regole. Abbiamo investito nelle nostre attività per renderle sicure. Ma niente: siamo stati colpiti duramente, lo stesso. Senza la possibilità di difenderci, con una serie di ristori che, alla fine, sono soltanto briciole.

Cos’altro avremmo potuto fare? C’è un ristoratore, a Roma, che ha fatto quello che abbiamo fatto noi: doveva pagare l’affitto, non sapeva come fare. A lui, come a noi, restava solo la forza della disperazione. Allora l’ha fatto: ha alzato la serranda, ha acceso quelle luci che per troppo tempo erano rimaste spente. La polizia è arrivata, gli ha fatto la multa. Lui ha fatto ricorso. E l’ha vinto: il giudice ha riconosciuto i buoni motivi che lo avevano spinto ad aprire il suo locale, di nuovo. Questo significa una cosa soltanto: che la legge è dalla nostra parte. E per comprenderlo, abbiamo mobilitato una squadra formata da 45 avvocati. I legali, proprio come noi, credono nella battaglia che stiamo combattendo. Credono che le nostre ragioni siano giuste. Saranno loro a portare avanti, nelle sedi opportune, la nostra causa e a far valere i nostri diritti. Abbiamo aperto, è vero, ma lo abbiamo fatto nel rispetto delle disposizioni per limitare la diffusione del Covid: distanziamento, mascherine, sanificatori. Senza tralasciare, mai, il buon senso, affidato, in questo caso, ai gestori. Per tutto questo fine settimana, abbiamo chiesto ai clienti una donazione libera: pagano la cifra che ritengono più giusta. Sarà il cliente stesso a decidere il valore della cena e la nostra speranza è che tenga conto del momento difficile che stiamo attraversando, ricevendo, in cambio, la ricevuta. Ma c’è una cosa che ho chiesto a chi abbia deciso di partecipare alla manifestazione: di essere gentili con le forze dell’ordine. Perché anche loro, proprio come noi, stanno lavorando. Non devono esserci attriti, soltanto rispetto. Anche le forze dell’ordine avranno qualcuno, un parente o un amico, che lavori nell’ambito della ristorazione.

E se davvero è così, siamo sicuri che sappiano quello che stiamo attraversando, la fatica che facciamo, ogni giorno, per andare avanti. In gioco non c’è soltanto il nostro futuro, ma quello di tante famiglie, la cui vita dipende da queste attività. Dipendenti e collaboratori che, all’improvviso, hanno visto di fronte a sé un futuro incerto. Noi non siamo dei ribelli, siamo dalla parte della legge, sempre. Ma la legge, ora, deve venirci incontro e darci una possibilità. Continueremo a lavorare, nel pieno rispetto di tutti. Perché la nostra è una disobbedienza, è vero. Ma una disobbedienza gentile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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