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Crisi di governo, la vecchia politica e la lezione di Liliana Segre

Luigi Carletti
La senatrice a vita Liliana Segre
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La senatrice a vita Liliana Segre

Il gioco sconsiderato di Matteo Renzi ha rimandato il Paese indietro di alcuni decenni, catapultandoci nei peggiori magheggi delle "alleanze cangianti"

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La Camera ha votato la fiducia al governo ma la prova decisiva è quella di oggi al Senato. Qui i numeri sono in bilico e si vedrà se avrà avuto più fondamento la "determinazione confidente" di Giuseppe Conte con il suo guardare avanti (anche molto avanti), oppure la previsione leggermente tracotante di Matteo Renzi all’insegna del "dopo di me il diluvio". Proprio Renzi in queste ore non ha smesso un momento di esternare, quasi a voler rafforzare il senso di una scelta che - per la maggior parte degli italiani - resta insensata.

Il risultato più autentico dell’impresa renziana lo si è visto ieri alla Camera, dove la classe politica non sempre offre di sé la migliore rappresentazione possibile. E non parliamo dei cartelli da stadio contro Conte, o delle urla dai banchi della destra, e neanche dei riferimenti del leghista Borghi ai cumuli di "guano lasciati dal governo": diciamo che questo genere di spettacolo ormai è parte del repertorio di forze politiche che - chiuse nell’angolo per molti mesi - adesso pregustano la possibilità di ribaltare il gioco. No, il risultato più evidente sta nell’atmosfera mercantile che ieri aleggiava in Parlamento con la riproposizione di modalità e codici di comunicazione che ci riportano alla peggiore Prima repubblica e alle sue patetiche riedizioni nella cosiddetta Seconda. Codici di comunicazione, neanche troppo cifrati, a cui non si è sottratto neanche il presidente del Consiglio, quando nei suoi interventi ha cercato di toccare tutte le corde e tutte le sensibilità di quelli che dovrebbero essere i "volenterosi". Dal che si ha la plastica conferma che tutto ha un prezzo, e quindi anche la "buona volontà", di cui appunto i volenterosi dovrebbero essere grandemente dotati.

Dai finanziamenti al Sud fino alle regioni autonome, dalla sostenibilità ambientale fino alle infrastrutture, il presidente del Consiglio ci ha riportato ad antiche pratiche dall’inconfondibile sentore di vecchia Dc: in vista del Recovery fund, a tutti una promessa, e attenzione a non dimenticare nessuno. Con quali risultati effettivi, poi, è tutto da vedere.

Ed è proprio questo il punto: il gioco sconsiderato di Matteo Renzi ha rimandato il Paese indietro di alcuni decenni, catapultandoci nei peggiori magheggi delle "alleanze cangianti", dove imperversavano i partitini ricattatori e i leaderini ago della bilancia. Così non c’è da stupirsi se dal fondo delle acque vediamo riemergere l’ineffabile volto di Clemente Mastella, nome illustre tra i "costruttori", o "volenterosi" che dir si voglia. C’è tutto un mondo che, nel cogliere il clima favorevole, è pronto a rimettersi in movimento. Questo è il primo e più evidente risultato dell’operazione di Renzi in un momento di gravissima difficoltà per il Paese e per gli italiani. Se poi il governo cadrà, il capolavoro sarà completo.

È perciò comprensibile che, in questo quadro, il senso di nausea e d’incredulità formino quel sentimento di disillusione e di distacco dei cittadini dalla politica, in cui non interessano più le ragioni degli uni e le ragioni degli altri, perché nel frattempo la pandemia galoppa e la crisi economica le corre accanto. Allora in questo quadro c’è una figura che mi piace citare, ed è quella della senatrice a vita Liliana Segre, che oggi ha voluto essere in aula per votare la fiducia al governo. Liliana parla di «indignazione e di coscienza civile» di fronte a una crisi che trova «incomprensibile e ingiusta nei confronti di un popolo che sta vivendo un’emergenza spaventosa». Ecco, tra tante parole, bastano queste.

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