Proteste
Il dilemma degli chef colpiti dalle chiusure: "Io arrabbiata ma la multa non la voglio"
L’unica soluzione sarebbe stata quella di accendere le luci e non far entrare nessuno. Noi la legge la rispettiamo, e così, alla fine, abbiamo scelto di restare chiusi e non aderire alla protesta. Non che le ragioni che smuovono il movimento siano sbagliate, anzi. Siamo arrabbiati, tutti quanti, e non potrebbe essere altrimenti. Ma non credo che prendere sanzioni - che poi, oltre tutto, ricadranno sulle nostre finanze già fortemente colpite - sia, in questo momento, il modo giusto per far sentire la nostra voce. Certo, c’è bisogno di una riflessione. Di sedersi e fare un ragionamento, di capire i motivi che hanno portato a colpire soltanto alcune categorie professionali.
Ci sentiamo presi in giro, questo sì. Ci sentiamo bistrattati, più che altro. Prima ci hanno fatto adeguare alle disposizioni anticontagio per evitare che il Covid-19 si diffondesse, abbiamo investito per far sentire i nostri clienti sicuri, com’è giusto che sia. Poi, però, ci hanno detto: potete restare aperti, ma soltanto a pranzo. A cena no, invece. Noi ristoratori ci siamo posti tante domande in questi mesi, abbiamo cercato di trovare un fondo di buon senso a tutto questo. Ma non ce l’abbiamo fatta. Sembra quasi che il virus sia pericoloso soltanto di notte, mentre di giorno vada in letargo.Avremmo voluto essere coinvolti, ascoltati, aiutati.
Avremmo voluto sentirci partecipi di un percorso da cui saremmo potuti uscirne rafforzati, insieme, nonostante le difficoltà. Invece nulla, il silenzio. Ci siamo ritrovati da soli a combattere una battaglia più grande di noi, ma con le armi spuntate. O, meglio, del tutto disarmati. Perché il Covid è pericoloso e temibile, questo lo sappiamo tutti, e la salute pubblica deve essere tutelata prima di ogni cosa. Siamo d’accordo, su questo. Peccato, però, che ai ristoratori, come ai titolari di altre attività, una possibilità sia stata negata: quella di sopravvivere.
Tanto per fare un esempio: abbiamo saputo dall’oggi al domani se la nostra regione fosse in zona gialla o in quella arancione. Bisognerebbe saperlo, però, che un ristorante ha bisogno di organizzarsi. Un locale, di qualunque natura sia, deve pianificare. In cucina non si improvvisa. Serve la materia prima, gli ingredienti freschi, soprattutto se c’è da mantenere un certo livello. E poi devi chiamare i dipendenti che, nel mio caso, arrivano da ogni parte d’Italia. La gestione di un locale non si decide in pochi minuti. Il mio "Caino" è un locale gastronomico con 24 coperti, dove i clienti vengono per vivere un’esperienza. Prima del Covid, lavoravamo soprattutto il fine settimana, a cena. Quando, in sostanza, le persone sono libere e hanno voglia di trascorrere una serata in tranquillità.
Ora, tutto questo ci è stato tolto e non ci è rimasto altro da fare se non chiudere, in attesa di tempi migliori. È doloroso, sia chiaro. Soprattutto per chi, come me e mio figlio, crede profondamente in quello che fa. Noi, infatti, il nostro lavoro lo amiamo, sul serio. Ma con tutte queste disposizioni, sembra davvero che vogliano levare la voglia di lavorare. La verità è che siamo spaventati. Non solo per il presente, ma anche per il futuro che, mai come adesso, si delinea incerto. Con una spada di Damocle che ci pende sulla testa: il timore di una terza ondata che potrebbe mettere la categoria in ginocchio. Questa volta per sempre. Abbiamo bisogno di un aiuto vero, di un’opportunità per ripartire. Non sarà facile, lo sappiamo. Ma molti di noi sono esasperati da una situazione che va avanti da mesi e che, almeno per il momento, non sembra avere fine. Vogliamo tornare nelle nostre cucine, sentire le voci allegre dei clienti in sala. Dobbiamo pur ripartire da qualche parte, sempre nel rispetto della legge. È quello che abbiamo fatto anche in queste sere, scegliendo di non aderire alla protesta. Che, però, è giusta e condivisibile. Se non nelle modalità, perlomeno nelle idee che hanno spinto i ristoratori italiani a dire basta.
* chef del ristorante Caino
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