Sicurezza
Il ristoratore: «Chiusi o aperti? L'incertezza delle fasce di colore è il peggiore dei mali»
La testimonianza del titolare di uno storico locale di Pistoia: «Lo Stato mi ha messo in ginocchio, distrutti i sacrifici di una vita»
PISTOIA. Il cartello appeso sulle vetrine del locale, dice più delle parole. “Stato grazie! Ci hai messo in ginocchio”. Non solo perché ci fai stare chiusi da mesi a causa della pandemia. Ma perché quando ci apri, ce lo fai sapere con poche ore di anticipo. Senza possibilità di programmare, di fare rifornimenti. Di orga nizzarci. In Toscana è andata così. Anche questa volta, anche per questo fine settimana, il primo “giallo” da tempo. Invece di essere un’occasione è diventata un problema questa apertura. Lo racconta bene Checco Bugiani, titolare della “Locanda del capitano del popolo” di Pistoia e noto volto televisivo locale. «Stare chiusi o aperti, è questo il dilemma –- sottolinea il ristoratore pistoiese – Se ce lo dicessero per tempo, magari riusciremmo a orientarci meglio tra una decisione e l'altra. Anche soltanto per fare la spesa: cambia se il bandone è alzato oppure no. Uno dei miei storici fornitori ha smesso di passare, devo organizzarmi per tempo. Un conto se sono aperto almeno a pranzo, un altro se dobbiamo restare chiusi. E poi, ai miei dipendenti cosa dico? Otto sono in cassa integrazione, pochi altri lavorano a chiamata. Mi telefonano, chiedono se possono venire a lavorare. E io non so mai cosa rispondere loro: è frustrante». Bugiani, ieri sera, in segno di protesta ha appeso alla porta d'ingresso del suo ristorante i quattro cartelli “Stato, grazie: ci hai messo in ginocchio”.
La storia del ristoratore pistoiese è simile a quella di molti altri colleghi in Toscana e, più in generale, in Italia. «Da dieci mesi non lavoro più – racconta, amareggiato – La mia è una trattoria alla vecchia maniera e fare le consegne a domicilio o l'asporto è impensabile. Tempo fa, avevo venduto una casa di proprietà ed ero riuscito a racimolare un po’ di soldi. Sarebbero dovuti servire per la mia vecchiaia. Invece ho dovuto investire tutto per coprire i debiti, con un fatturato del 95% in meno rispetto agli altri anni. Che futuro può esistere per noi?». Quello che Bugiani delinea è un percorso a ostacoli, tra dpcm che apportano continue modifiche e l'incertezza che si profila in un orizzonte non troppo lontano. «Non ho mai pianto, in vita mia – conclude – e sono sempre stato abituato a rimboccarmi le maniche e a lavorare. Ho sempre detto che un commerciante che piange dovrebbe chiudere, non lamentarsi. Ma questa situazione ha distrutto i sacrifici di una vita, i nostri sogni, i progetti. Ho sempre creduto nello Stato, ci ho sperato. Ora no: il destino per molti di noi è segnato».
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