Il dolore
Studi sul Parkinson, si va verso cure per le dipendenze
Scuola Sant’Anna e Careggi scoprono effetti negativi di farmaci usati nella terapia: accentuano i “disordini comportamentali” come ludopatia o shopping compulsivo
Giuseppe Boi
Pisa. La sfida scientifica e la ricerca sono partite per capire perché i malati di Parkinson siano attratti dal “rischio” e cadano spesso in dipendenze: ludopatia, abbuffate incontrollate, shopping compulsivo. Il risultato ottenuto dal laboratorio di neuroingegneria computazionale dell’Istituto di BioRobotica della Scuola superiore Sant’Anna è andato oltre. Anzitutto ha permesso di stabilire che i “disordini comportamentali” (quelli che spingono verso le dipendenze) sono un effetto collaterale dei farmaci dopamina-antagonisti, usati per curare i disturbi motori nei pazienti. Poi il risultato dello studio pisano consente di lanciare un allarme per tutte le altre persone che, pur non affette dal Parkinson, utilizzano i medicinali antagonisti della dopamina, una molecola organica con funzione di controllo sul movimento.
Livelli anomali di dopamina sono responsabili di varie patologie. Fra queste anche il morbo di Parkinson. Perciò lo studio del Sant’Anna non ha solo riconfermato la relazione tra farmaci antagonisti della dopamina e tendenza alle dipendenze. È servito a creare un algoritmo in grado di identificare i pazienti con disordini della personalità basandosi sull’osservazione dei loro neuroni.
Questo perché, grazie alla collaborazione con l’Azienda ospedaliero universitaria di Careggi, i ricercatori pisani hanno individuato l’area del cervello umano che, sia nei malati di Parkinson sia nelle persone sane, porta a prendere una decisione piuttosto che un’altra. «I risultati del nostro studio, pubblicato sulla rivista Movement disorders, confermano che l’area che abbiamo studiato ha un ruolo di freno per le decisioni rischiose ed è quindi fondamentale nel processo decisionale e nel valutare i rischi e le opportunità che ci offrono le diverse opzioni», spiega Alberto Mazzoni, coordinatore dello studio e responsabile scientifico del laboratorio che ha effettuato la ricerca e messo a punto l’algoritmo grazie a due studenti della Scuola Sant’Anna, Federico Micheli e Matteo Vissani.
Per capire i meccanismi cerebrali che portano alle decisioni i ricercatori pisani sono dovuti “entrare” all’interno del cervello umano. Per riuscirci è stato decisivo il ruolo svolto dalla “Parkinson Unit” di Careggi, un gruppo di medici che opera nel reparto di Neurologia 1 diretta da Sandro Sorbi. Qui i pazienti vengono sottoposti a stimolazione cerebrale profonda (nota anche come Dbs, acronimo dell’inglese Deep brain stimulation), una procedura neurochirurgica che impianta elettrodi nell’encefalo. «Questo pacemaker che invia degli impulsi al cervello ha permesso di effettuare osservazioni di pochi secondi direttamente nel corpo umano – spiega Mazzoni – È una procedura mai pensata prima che ci ha permesso di dare una vera e propria occhiata alle attività cerebrali dell’uomo e di registrare gli impulsi e acquisire tutti i dati utilizzati nella nostra ricerca scientifica».
Nello specifico queste registrazioni sono avvenute durante gli interventi eseguiti da Guido Pecchioli della Neurochirurgia della Azienda ospedaliera universitaria di Careggi diretta da Alessandro Della Puppa. Ed è da questi risultati che è stato possibile anzitutto stabilire come i malati di Parkinson siano esposti a rischi comportamentali a causa degli effetti collaterali dei medicinali. «I dati raccolti ci dicono che i farmaci antagonisti della dopamina scombinano i circuiti cerebrali – sottolinea Mazzoni –: quando i malati non li prendevano i meccanismi cerebrali tornavano alla normalità. Come ricominciavano la cura emergevano questi effetti collaterali alla base dei disturbi comportamentali».
La casistica raccolta dice che questi effetti riguardano il 10% dei malati di Parkinson. Una percentuale notevole dal punto di vista medico e non solo. In Italia ci sono circa 300mila malati di Parkinson. Quindi sono soggette a disturbi del controllo degli impulsi almeno 30mila persone. Secondo Silvia Ramat, responsabile della Parkinson Unit dell’azienda ospedaliero universitaria di Careggi, lo «studio rappresenta un passo con importanti implicazioni cliniche che consentirà di attuare una terapia estremamente personalizzata per ogni paziente».
Con il loro studio i ricercatori della Sant’Anna inviano anzitutto un messaggio importante alle case farmaceutiche: occorre studiare nuovi farmaci che eliminino questi effetti collaterali. «Ma non è tutto – conclude Mazzoni – I meccanismi identificati ci danno un quadro più chiaro del ruolo delle varie aree del cervello nel processo decisionale». Insomma, consentiranno alla comunità scientifica di capire ancora di più i segreti nascosti nella nostra scatola cranica e, in futuro, arrivare a una cura neurologica per dipendenze come il gioco d’azzardo o lo shopping compulsivo. —
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