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Toscana

l'intervento

Il senatore sciamano di Scandicci

Giuseppe Mascabruno
Il presidente del consiglio, Giuseppe Conte
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Il presidente del consiglio, Giuseppe Conte

L'intervento. Quel che è certa, in uno scenario simile, è la sparizione di Renzi

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Bene, contravvenendo alle norme di igiene mentale che mi sono imposto con un pò di sana astinenza dai talk show, sto seguendo "Di Martedì" condotto da Giovanni Floris su La7. Non foss’altro per vivere in potenziale diretta l’evoluzione del consiglio dei ministri tenuto in ostaggio da un personaggio che ormai suscita vergogna anche solo nominarlo. Con l’intervento di Romano Prodi che ha paragonato il ricatto di Renzi a quello che lui, da presidente del consiglio, subì a suo tempo da Fausto Bertinotti, si è chiuso il cerchio dei "padri storici" del Pd nell’indicare il senatore di Scandicci come unico responsabile di una vergognosa e vigliacca crisi di governo nel bel mezzo della più grave emergenza dal dopoguerra a oggi per esclusivo e ignobile interesse di potere personale.

Nei giorni scorsi, infatti, erano stati D’Alema e Bersani a trattare Renzi come un Nick Angeli de noantri, lo sciamano cornuto di Capitol Hill, riconoscendone l’"impopolarità" come dote più esaltante o invitandolo a che lo avvinghia, irrisolto da sempre, per un’incontenibile smania di protagonismo. Uno poi si chiede da dove nasce lo slogan sulla "rottamazione" che, sul finire del primo decennio di questo secolo, fece per l’appunto la fortuna politica del rampante embrione della Leopolda. Che non a caso fa rima l’Ubalda e le relative progenie. Gli obiettivi dell’epoca erano proprio i D’Alema, i Bersani, i Prodi. Quindi ora sorprende poco che i "grandi vecchi", ancora circolanti e in condizioni di buon usato anche superiore al nuovo, restituiscano al mittente i morsi a suo tempo subiti.

Con una differenza, temporale e politica, tuttavia profonda e sostanziale: loro non hanno più niente da perdere, mentre Renzi ha tutto da perdere. Consapevole com’è che il suo azzardo ormai ha come posta la vita o la morte. Sua, ma soprattutto dei tanti, troppi peones che hanno scommesso poltrona e privilegi di una vita di rendita e che ora se la stanno facendo addosso. Perché se la corda si spezza e si torna a votare, toglie a Conte ogni vincolo di responsabilità nei confronti del Paese e anche il residuo scrupolo nel capitalizzare la popolarità di consenso di cui oggi gode con la formazione di una lista propria. Che rischia, questa sì, di diventare centrale nella scena politica nazionale, trascinandosi dietro la parte ormai più strutturata e meno movimentista del M5S e, quindi con una capacità di rinnovata e più forte attrazione nei confronti di un Pd, ripulito nel frattempo anche dei tanti, troppi, "cavalli di Troia" renziani, alla Marcucci per intendersi, che ne hanno azzoppata l’azione nell’ultimo anno.

In questa prospettiva va letto anche il coro di D’Alema, Bersani e Prodi. Perché, nella vita, anche chi ha abboccato all’esca avvelenata del renzismo, soprattutto quelli che vengono dalla storia oggi ereditata dal Pd, deve decidere se continuare a galleggiare nell’inganno o ritrovare un’identità di appartenenza. Una coalizione così fatta, infatti, sulla base di sondaggi convergenti è l’unica davvero in grado di competere con quella di centrodestra, in questo momento, data come vincente in caso di voto anticipato. Quel che è certa, in uno scenario simile, è la sparizione di Renzi. L’unica prospettiva auspicabile in una contingenza che, pensando proprio al dramma, non solo sanitario, che stiamo vivendo e al bisogno di futuro del nostro Paese, fa semplicemente schifo.

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