Toscana
Niente può sostituire il contatto
Se penso alla nostra scuola, la immagino in un modo soltanto: in presenza. Con i ragazzi in classe, il suono delle loro voci squillanti, l’entusiasmo che emerge dai loro occhi, la curiosità che affiora dalle loro domande. È questa la vera scuola. Quella in cui gli occhi si incontrano, mentre le idee prendono forma. Abbiamo accettato con frustrazione la didattica a distanza. Fino alla fine abbiamo sperato nel rientro in aula per almeno il 75 per cento dei nostri studenti. Invece no, la capienza è stata ridotta ancora. Con la metà dei nostri alunni in classe e il resto, invece, collegato da casa. Non può essere questa la soluzione, no. Anche perché, lo sappiamo, i giovani hanno bisogno di una guida certa, sicura. Da una parte c’è la famiglia, sempre più spesso chiamata a ritmi frenetici, oltre che responsabilità troppo grandi; dall’altra, poi, c’è la scuola, a cui i genitori affidano i loro figli. Che, mai come questo momento, sono in sofferenza psicologica per i postumi di una situazione di cui oggi, ancora, non si vede la fine. Nel chiuso delle loro camerette, i giovani si estraniano. Perché la scuola ha lottato, e lo farà sempre, per liberarli da quella realtà virtuale da cui sono presi.
Il mondo virtuale ha delle potenzialità sterminate, sia chiaro. Ma, soprattutto ai giovani, spesso manca la piena consapevolezza degli strumenti che maneggiano. Ora, come non mai, non possiamo ignorarli, questi strumenti. A breve ci saranno gli scrutini, un momento considerato da sempre molto importante, quello in cui si valuta il rendimento degli studenti. E i docenti non lo negano: soffrono la difficoltà a gestire la valutazione degli alunni. Che, in questo modo, non può che essere parziale. Perché un conto è la lezione frontale, le interrogazioni in aula, i compiti in classe; un conto è avere un filtro, onnipresente, davanti ai nostri occhi. I contatti umani sono limitati, non soltanto tra professori e studenti, ma anche tra compagni di classe. E questo non va certamente a vantaggio dell’apprendimento.
Come scuola, qui all’Istituto tecnico del settore economico "Aldo Capitini" di Agliana, fin dal primo giorno abbiamo sperato che il rientro a scuola fosse in presenza. Semplicemente perché non c’è un altro modo di concepire la lezione nella sua completezza. Abbiamo lavorato con grande impegno perché la scuola fosse un luogo sicuro e l’abbiamo munita di tutti i dispositivi di sicurezza necessari per lasciare il Covid-19 fuori dalla porta. E la scuola, dopo un momento di smarrimento iniziale, si è fatta trovare pronta. E se il virus è riuscito a insinuarsi tra le mura è soltanto perché è arrivato da fuori. Io lo dirò sempre: la scuola è il luogo più sicuro che esista. Nonostante questo, però, nonostante tutti gli sforzi messi in campo, abbiamo dovuto accettare di non poter stare di nuovo in classe, tutti insieme. Lo abbiamo accettato con frustrazione, perché è dall’estate scorsa che lavoriamo senza sosta, sollecitando gli interlocutori istituzionali e investendo fondi per garantire la sicurezza ai nostri studenti. Eravamo preparati a non poter tornare in classe al completo, questo sì. Ma, almeno, contavamo che il 75 per cento dei ragazzi potesse far ritorno. Invece, i numeri sono stati ridotti ancora, al 50 per cento, questa volta. Adesso un solo dubbio ci assale. Che, poi, è più che altro un timore: che si rientri a scuola (metà in classe e metà in collegamento da casa) per poi chiuderla di nuovo, dopo poco, soprattutto alla luce della tanto paventata terza ondata della pandemia.
Non ci resta che aspettare, ora, e seguire gli sviluppi di questo complicato momento storico che stiamo attraversando. Con la speranza (ancora molto lontana, almeno per il momento) di vedere quella tanto agognata luce in fondo al tunnel. Per sentire, di nuovo, quell’allegria che, un tempo, si respirava a scuola. E che ora sembra soltanto un lontano ricordo. Ma noi la speranza non la perdiamo, mai.
*preside Itce Capitini - Agliana
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