Sicurezza
Le ingiustizie nello stagno dei sudditi
Le cronache, le inchieste degli ultimi giorni e quelle che stiamo costruendo ci danno un sentimento di ingiustizia, di impotenza di fronte all’arroganza del potere
C’è tanta opacità intorno alle cose di tutti che alla fine sembrano dei soliti pochi. Quello che dovrebbe essere un oceano di diritti diventa un porto delle nebbie, dove quasi tutto si nasconde dopo aver fatto finta che il fondale sia trasparente. Le cronache, le inchieste degli ultimi giorni e quelle che stiamo costruendo regalano anche e soprattutto un sentimento di ingiustizia, di impotenza di fronte all’arroganza del potere, alla mano che dovrebbe essere piuma protettrice che si trasforma in modo perenne e sistematico nel ferro della prepotenza.
Partiamo dall’ultimo atto, dalla sentenza della Cassazione per la strage del treno di Viareggio, quella che i più influenti fra gli imputati hanno provato ripetutamente a trasformare in semplice incidente ferroviario. No, quella strage con 32 morti non è un incidente, perché non può esserlo se tutto comincia con la rottura dell’asse di uno dei carri che trasporta liquido infiammabile. Rottura da usura, che ha segni di allarme preventivo. Sarebbe bastato controllare quegli assi, sarebbe bastato che la logica del profitto e del “chi se ne frega della sicurezza” non avesse prevalso su quella del rispetto del cittadino. Quei carri di fatto erano siluri pronti a esplodere, casualmente è accaduto a Viareggio, sarebbe potuto accadere ovunque. Una sorta di roulette russa, perché se quei vagoni pieni di liquido infiammabile non li fai controllare, prima o poi può capitare che il treno deragli. E che semini morte e terrore. Con tutto quel che segue.
La sensazione che si ricava dall’ennesima sentenza amara della Cassazione è quella dell’impotenza, è pura ingiustizia che spaventa. È il formalmente corretto che nasconde l’epilogo scontato. Quando c’è di mezzo il Sistema, qualcosa che gli sta intorno o un potente da proteggere, ecco che il nostro Stato di diritto si trasforma in stagno dei sudditi. A me, e non solo a me, ha fatto male vedere i parenti di quelle vittime sorreggere uno striscione con la scritta “Stato assassino” disteso nel salone della stazione viareggina, quella della strage. Accanto a quelle donne e a quegli uomini dovremmo esserci tutti. E invece siamo qui a guardare: i migliori almeno a star male per loro; gli altri a far spallucce e a pensare «cosa vogliono questi? Non lo sanno che loro, quelli che la stanno facendo franca sono intoccabili ed è inutile agitarsi?».
È la logica della rassegnazione, la stessa che porta il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, a far spallucce di fronte a quella che purtroppo rischia di essere una fra le peggiori storie di persecuzione di un uomo violento contro la donna che ha sposato ma non ha mai amato neanche per un giorno e che considera come “cosa propria”. Vent’anni di botte, di prevaricazioni e umiliazioni, di sesso strappato con la forza e a suon di cocktail di Viagra e Cialis per farlo sempre e comunque. Con la coda fatta di lettere e telefonate minatorie anche quando è lontano, quando lei dovrebbe essere al sicuro. Sì, perché lui è in carcere per tentato omicidio e per altre brutte storie ma trova il modo di farsi portare dentro cellulari, di scrivere lettere anche quando un magistrato glielo vieta, di farle uscire con tante complicità, addirittura quelle di una volontaria e di un cappellano. Di avere all’esterno una rete di complici che sorveglia e minaccia quella donna. Lei non si sente al sicuro neanche in un centro antiviolenza, perché lui – un ex corridore ciclista con un passato nel doping – arriva anche lì. È una storia di complicità, di pesanti crepe nella credibilità anche delle strutture carcerarie che dipendono da quel ministro.
A un certo punto questa storia esce su un giornale, il nostro, e il portavoce del ministro rifiuta di esaminarla, dice che «è un caso singolo» e che il ministro non ha tempo per queste cose. O non sa leggere o non sa comprendere la gravità del caso e non si sa cosa sia la cosa peggiore. Poi arriva a prendersela con un titolo che questa cosa la racconta e dice che se andiamo avanti così gli eventuali sviluppi li conosceremo da un altro giornale. Brutta cosa che ricorda altre epoche oscure, il degno portavoce del ministro che rappresenta la prova più eclatante di quanto sia stata basata sul peggio la teoria dell’“uno vale uno”. E comunque è una vicenda che fa capire bene quale sia il sentimento di tanti che occupano posti di potere. Per fortuna i più non sono così. Su questa storia si sono mossi e con convinzione esponenti di opposti schieramenti, dal Pd a Fratelli d’Italia. Non è questione di colori, piuttosto di valori, di cultura, di rispetto.
La stessa che si intreccia con la terza storia, quella legata alle nostre inchieste sulle infrastrutture. Dopo aver cominciato a raccontare il disastro dell’autostrada fantasma, la Cecina-Tarquinia che vive nella Sagra degli annunci e non si farà praticamente mai; dopo aver cominciato anche a scavare nel pozzo nero della Fi-Pi-Li, strada che di super ha solo gli sprechi, ecco che alle prime nostre mosse nell’universo strade ferrate arriva il fuoco di sbarramento.
Il collega che si occupa di treni, linee e passeggeri comincia a chiedere, a mettere insieme dati, trova ferrovieri disposti a parlare di molte cose che non vanno. Del resto anche qui – come per gli aeroporti – emerge lo squilibrio di attenzioni e di opportunità fra la Toscana interna e quella costiera, Cenerentola da sempre in fatto di opportunità. E cominciano a galleggiare anche disfunzioni, sprechi, incidenti di troppo, manutenzioni carenti. Bene, dopo qualche giorno di domande e di risposte che aprono scenari impietosi, spunta una circolare che parte dalle Ferrovie indirizzata a tutti i dipendenti toscani. C’è scritto che è vietato parlare con i giornalisti.
Di fatto la negazione della trasparenza, un muro alzato sui controlli, la pretesa indecente e ignobile di segretezza su questioni che sono, dovrebbero essere, di tutti. È il potere che prova ad autoproteggersi, cosa da peggiori bar di Caracas, non da Stato di diritto. Cosa da spazzar via senza indugi. Quello che stiamo tentando di fare, che continueremo a fare e chiederemo di fare anche a chi può rimuovere questi ostacoli, perché non sono degni di una democrazia, della convivenza civile.
Non potrà mai esserci progresso, benessere e sviluppo senza la consapevolezza che questi baronetti del privilegio proteggono solo la burocratija, la casta che si fa scudo di altra burocratija per non avere controlli. Di fatto, una sanguisuga che si attacca al potere e ne succhia la linfa vitale. Da eliminare, prima che sia troppo tardi.
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