Attenzione
Il trumpismo e le analogie con l'Italia
Un manipolo di squadristi agli ordini di un presidente scaduto si è reso protagonista di un tentato "golpe" (cominciamo a chiamare le cose col proprio nome) portato al cuore della democrazia americana e sotto lo sguardo attonito del mondo intero.
Suprematisti, populisti, xenofobi, negazionisti, paramilitari e complottisti di ogni risma, questa volta non hanno dato vita solo a uno sguaiato spettacolo di eccentricità politica (sebbene qualcuno indossasse copricapi da pellerossa e pelli di lupo) ma armi in pugno hanno fatto irruzione nel palazzo del Congresso degli Stati Uniti d’America, riunito in seduta plenaria per ratificare la vittoria del democratico Joe Biden nelle elezioni presidenziali del 3 novembre.
Ecco: con le armi in Parlamento per impedire a un organo costituzionale la libera espressione delle sue funzioni di rappresentanza popolare.
Un fatto inaudito, uno scempio inimmaginabile. Ma ieri Tommaso Ciriaco, un valente collega di Repubblica, in un suo post su facebook tacciava di ipocrisia coloro che oggi si stupiscono di quanto accaduto a Washington, e ammoniva: «Chi sceglie parole d’odio per l’avversario e per le regole democratiche, è un pericolo per la democrazia, non un giamburrasca da tollerare perché magari fa girare l’economia».
D’improvviso l’eco dei colpi sparati dentro Capitol Hill, lo sberleffo in favore di selfie e le devastazioni, la violenza dei gesti e la protervia di una supposta (?) impunità, risuonano con un clangore sinistro arrivando fino a noi e ci interrogano su quello che è accaduto e può ancora accadere in America, ma anche altrove.
Per esempio in Italia. La nostra, tecnicamente, non è una democrazia così solida e perfettamente bilanciata come quella degli Stati Uniti. Ad esser sinceri fino in fondo, con avventurieri e bivacchi di manipoli in Parlamento noi abbiamo avuto nel passato una certa dimestichezza.
Proprio quel passato sta lì ad ammonirci che può ridiventare "presente", pur sotto diversissime spoglie, se la democrazia non tiene alta la guardia. E quello che sempre più vediamo e viviamo nella nostra vita di ogni giorno, sui social, nelle piazze, a scuola, sugli autobus, nella appena trascorsa stagione di un governo che si è richiamato apertamente al modello trumpiano e all’America First (o "Prima gli italiani!", cambia poco), è un modello sociale e culturale che ri-evoca i peggiori istinti di quegli italici, oscuri trascorsi. L’apparenza è diversa, la sostanza è la medesima: delegittimazione delle istituzioni rappresentative; demonizzazione dell’avversario; istigazione delle piazze; complottismo, negazionismo, rancore sociale, produzione sistematica di notizie false, demolizione della scienza, dei saperi, delle competenze a favore della famigerata "università della vita".
Insomma quel film dell’orrore che abbiamo visto materializzarsi nell’assalto al Campidoglio, nessuno può/deve escludere che si ripeta sull’onda lunga dell’intolleranza e dell’odio un tanto al chilo.
Siamo oltremodo fiduciosi che la democrazia degli Stati Uniti saprà rispondere da par suo - come ha già cominciato a fare con efficacia e unità di intenti - all’affronto subito.
«Assistiamo - ha detto ieri in un’intervista Paul Auster, poeta e scrittore newyorkese - ai rantoli di un governo corrotto e morente». Verosimilmente Trump e le sue squadracce non trarranno, infatti, alcun vantaggio diretto dallo sfregio perpetrato ai danni dell’America.
Ci auguriamo sinceramente che i colpevoli siano processati e che il mandante dei loro misfatti definitivamente condannato. Ma il virus che hanno disperso in quel grande paese, e che pure altrove è tracimato, non è del tutto vinto. E i virus sono contagiosi e per di più - lo stiamo imparando a nostre spese - non conoscono confini.
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