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Ora si indaghi per punire le complicità

Stefano Tamburini
Ora si indaghi per punire le complicità

In tanti, troppi, hanno visto e capito e si sono fatti più in là. Altri hanno visto e hanno fatto finta di non capire o, peggio ancora, hanno infierito mettendosi dalla parte dell’aguzzino, dell’uomo forte e crudele contro la donna debole e disperata

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In tanti, troppi, hanno visto e capito e si sono fatti più in là. Altri hanno visto e hanno fatto finta di non capire o, peggio ancora, hanno infierito mettendosi dalla parte dell’aguzzino, dell’uomo forte e crudele contro la donna debole e disperata. L’odissea ventennale di Cristina (la chiamiamo così, ovviamente non è il vero nome) raccontata da Ilaria Bonuccelli non è solo un incubo perenne nel dolore e nell’umiliazione, nelle botte. Non è una storia di sesso fatto per forza e di terrore di prendere altre botte, di poter morire per mano dell’uomo che credeva di amare. Non c’è solo la fuga perenne nel timore di essere raggiunta da qualche complice mentre quell’uomo è in carcere e da lì spedisce lettere minatorie e telefona, giorno e notte. Inutile cambiar numero: lui, non si sa come, quelli nuovi finisce per averli. Poi chiama e minaccia.

C’è molto peggio oltre questo orrore. Ci sono anche pesanti interrogativi che riguardano il corretto comportamento di chi avrebbe potuto fare qualcosa per fermare tutto questo e non l’ha fatto. Interrogativi ai quali magistratura, alti dirigenti delle forze dell’ordine e della polizia penitenziaria, organismi ispettivi del ministero di Grazia e giustizia dovranno al più presto dare risposte per non essere complici a loro volta di questa immensa barbarie.

Non è accettabile che in uno Stato di diritto un uomo in tre diversi istituti carcerari (Pisa, Massa e Verona) possa spedire lettere minatorie con minacce scritte perfino sulle buste senza che nessuno veda, anche nei periodi in cui gli era espressamente vietato spedire corrispondenza. Che a quell’uomo arrivino cellulari di vecchia e nuova generazione, che abbia il tempo e il modo di telefonare alla moglie, nel frattempo ormai ex, per rovesciarle addosso minacce. Che dal carcere abbia contatti con chi da fuori controlla quella donna e riferisce tutto, nei minimi dettagli.
Non è pensabile che volontari che entrano nei penitenziari per assistere i carcerati si prestino a portare fuori, fino alla buca delle lettere, altre missive piene di insulti e minacce. E che la stessa cosa la faccia un cappellano.
È l’inferno in terra, quello in cui un detenuto possa impunemente picchiare la moglie e un parente di lei davanti agli agenti di custodia e che gli stessi siano silenti e che addirittura, quando questa donna chiede aiuto, si voltino dall’altra parte o le dicano «tu da qui esci quando lo diciamo noi».

Non è pensabile che in anni di indagini e processi contro quest’uomo violento, ora in carcere per tentato omicidio, non siano spuntate tracce che possano aver fatto in modo di impedire ogni possibile contatto futuro.
Quest’uomo presto potrebbe anche uscire dal carcere e andare a cercare Cristina per farle del male, forse anche la cosa peggiore. Se non fosse stato per due carabinieri particolarmente svegli sarebbe già accaduto in un periodo in cui Luca De Angeli, questo il nome dell’uomo dell’inferno, avrebbe potuto beneficiare degli arresti domiciliari. Aveva chiesto di poter andare a scontarli a casa da lei e lei non aveva saputo dire no, perché in passato non le era andata così bene quando aveva bussato alle porte delle forze dell’ordine.
In questi vent’anni di botte e umiliazioni ci sono state tante persone che hanno visto, anche le amanti di lui che venivano ospitate a cena dalla coppia e vedevano quell’uomo infierire su un’altra donna. Donne che odiano le donne a tal punto di permettere tutto questo.

Diciamolo, è un film dell’orrore dove sono tanti quelli che non hanno recitato la parte giusta. In troppi non hanno pensato che Cristina avrebbe potuto essere la loro sorella, la loro mamma, la loro moglie, la loro figlia.
Non è tardi per cominciare a farlo tutti e far capire alle tante Cristine sparse in giro che c’è un modo per uscirne. A patto che quelli che hanno dimostrato di non saper fare il loro mestiere comincino a farlo adesso. Prima di tutto chiedendo scusa. E poi cominciando ad aprire inchieste serie, senza sconti, coinvolgendo tutti quelli che hanno avuto una brutta parte in commedia. E, soprattutto, dando risposte rapide e soddisfacenti.



 

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