Sicurezza
Il coach donna che rovescia i tabù del basket
Due perle nella fanghiglia di un anno da dimenticare, anche per lo sport. Basta cercarle, le storie che fanno bene al cuore, abbattono steccati antistorici, aprono nuovi capitoli di un romanzo infinito. Due storie al femminile, una assai celebrata dal mainstream, l’altra molto meno. Ma non per questo è meno significativa. Se la francese Stephanie Frappart ha squarciato, come un taglio di Lucio Fontana, lo spesso burka che impediva a un arbitro donna di arrivare a dirigere in Champions League, il sogno di Becky Hammon sembrava ancora più impossibile, e per questo è di una bellezza stordente.
Becky, 43 anni, è la prima donna capo allenatore della Nba, il paradiso del basket, macchina da fatturati miliardari, da affari a nove zeri, una ribalta planetaria: dalla steppa siberiana alla Patagonia argentina trovate un giovane sotto i 40 che non conosca le penetrazioni di LeBron James o i tiri da dieci metri di Steph Curry. Per questo Becky si è trovata catapultata in un mondo globale: è bastata l’espulsione di Gregg Popovich, il guru dei San Antonio Spurs, sosia di Donald Sutherland e coach più vincente e celebrato dal Circus, per spalancarle le porte della celebrità. Mai nessuna donna ci era arrivata in 50 anni di storia, ma lei era preparata, perché anni di tirocinio alla scuola di “Pop” ti formano, ti fanno spuntare la corazza, ti rendono inattaccabile anche dal punto di vista dell’autorevolezza tecnica.
«Ovviamente è un fatto molto importante. Un momento notevole – le sue asciutte parole dopo l’ondata emozionale – provo a non pensare al grande significato di questo momento perché è davvero travolgente» ha detto Becky, entrata nello staff dei San Antonio Spurs, franchigia nobile del Texas con all’attivo grandi giocatori (Ginobili, Duncan, Parker, Leonard...) e cinque anelli di campione Nba. Prima era stata una stella della Wnba (il campionato pro al femminile), poi la prima donna a entrare a far parte dello staff di allenatori Nba, e ha assicurato che non sapeva che avrebbe preso il comando se Popovich fosse stato espulso, fino a quando non l’ha indicata e le ha detto: «Tocca a te».
San Antonio ha perso, contro i Lakers di LeBron James, ma che importa: Becky è stata la star della serata, e in futuro potrà esserlo a lungo, se è vero che diversi club, New York su tutti, hanno messo gli occhi su di lei.
«Non ho voluto Becky nel mio staff per fare la storia: se l’è meritato, perché non ci sono dubbi che possa allenare nella Nba. Il fatto che sia una donna dovrebbe essere irrilevante, ma purtroppo ancora non lo è», l’analisi del leggendario Gregg Popovich, mai troppo incline agli entusiasmi. Molto più coinvolta e felice la vice presidente eletta degli Usa, Kamala Harris, che ha accolto come straordinario l’evento, definito invece “business as usual” dal quasi settantaduenne tecnico degli Spurs.
«Che lei possa allenare non è una sorpresa, anche se ho visto che per molti lo è stata – ha detto Popovich –. Becky è bravissima, ha senza dubbio tutto ciò che serve per allenare nella Nba. Per me quindi non è davvero nulla di speciale: so quanto vale e so che ha davanti a sé un futuro davvero brillante».
«Arrivo a capire l’attenzione che ha ricevuto, per il fatto che è una donna – ha ammesso infine il coach –. Dovrebbe essere totalmente irrilevante, ma nel nostro mondo non lo è, perché per tante donne è stato storicamente difficile arrivare a ottenere certe posizioni. Per noi, però, è “business as usual”».
Ok per i business, non tanto per l’usual: nel mondo dai canestri a stelle e strisce è un momento storico, di svolta. Con il sigillo anche del Prescelto, LeBron James: «Un riconoscimento meritato, sono felice per lei. Credo che si tratti di un altro passo in avanti che la Nba ha mosso verso un altro vecchio tabù abbattuto».
Già. Ce n’era bisogno, in questo 2020 che ha picchiato duro anche sulla macchina da profitti, sportivamente parlando, più potente del mondo. Un sorriso, quello di Becky, che tutto il mondo ha visto, anche dietro alla mascherina d’ordinanza. Non spegnetelo, adesso, quel sorriso: tutto lo sport, non solo il basket dei migliori, ne ha bisogno. —
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