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Noi, il covid e l'anno che verrà

Bruno Manfellotto
Noi, il covid e l'anno che verrà

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Qualche giorno fa, in un momento di incontrollata sincerità, o se volete di freddo realismo, al commissario Arcuri è sfuggito che la campagna di vaccinazioni anti Covid non potrà esaurirsi prima della fine del 2021-inizio ’22. E poiché, come per i preventivi dei lavori di casa, è saggio prepararsi a qualcosa in più, è facile immaginare che per uscire dal tunnel dovremo aspettare più di un anno. Insomma, mesi e mesi di ansia e di clausure a singhiozzo. E di problemi con i quali fare i conti.

È vero, si avvicina il Natale, pur se colorato rosso, arancione o giallo, e poi sta per finire un anno bisesto che funesto così non se n’era mai visto un altro, e dunque bisognerebbe trovare qualche sorgente di ottimismo invece di assecondare tristi prospettive. Però è anche giusto non bendarsi gli occhi, se non altro per affrontare meglio le sfide prossime venture. E allora vediamo.

La prima sfida, certo, è quella sanitaria. Se ci vorrà almeno un anno prima che il vaccino faccia il suo dovere, gli ospedali resteranno sotto stress per molto tempo. Il sistema, pur se a fatica, ha retto l’urto, ma il numero di morti troppo alto indica che la parcellizzazione regionale non funziona e che aver smantellato i piccoli presidi territoriali per concentrare tutto in grandi strutture ospedaliere (vedi Lombardia) è stato un errore pesante. Non c’è molto tempo, ma sarebbe comunque auspicabile che, Mes o non Mes, si distinguesse tra provvedimenti d’emergenza e rivisitazione di un sistema che non ha funzionato. A cominciare dal tabù numero uno, il rapporto governo-Regioni. Uscire dalla pandemia ignorandolo sarebbe un delitto. E poi naturalmente c’è la situazione economica. Molto ben descritta pochi giorni fa da Mario Draghi. Con tre osservazioni principali. La prima: il fiume di sussidi pubblici e di credito garantito sta coprendo «una realtà che è molto più preoccupante di quanto possiamo stimare». Traduzione: quando gli aiuti diminuiranno o finiranno, le conseguenze saranno durissime. La seconda. Con tante aziende in difficoltà, le banche si stanno riempiendo di crediti deteriorati: in prospettiva, senza interventi sul loro capitale, diminuiranno le possibilità di finanziare le piccole imprese. La crisi si morde la coda. Terzo, un avvertimento: attenti a non utilizzare il recovery fund per finanziare progetti vecchi invece che aggiuntivi. E il richiamo è più all’Italia che ad altri. Ma in economia, forse più di quella finanziaria pesa la stabilità politica. E qui casca l’asino. Che cosa possa succedere dopo la pausa natalizia con clausura, non lo sa nessuno, forse nemmeno Renzi che ha scatenato l’inferno. Forse il suo è solo un bluff; forse Conte cederà un po’ per non cedere tutto; forse ciò che si vuole è ridimensionarne ruolo e poteri, e questo chissà se il premier lo accetta. Forse. Comunque l’esperienza ci dice che giocare con verifica e rimpasto è sempre rischioso, basta la minima scivolata, anche involontaria, per far cadere il castello. Nell’anno del semestre bianco (agosto 2021), poi, e quindi di un Quirinale disarmato. C’è bisogno di auguri doppi... --© RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web