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Enrico Ferri grande uomo del dialogo

clemente mastella*
Enrico Ferri grande uomo del dialogo

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Conobbi Enrico tanti anni fa, quando da magistrato di valore divenne riferimento di un’ampia area della magistratura che puntava a una forma di distinzione e non di contrapposizione tra la politica e il potere giudiziario, e sempre in questa sua impostazione ho intravisto la mitezza pur nel rigore del rispetto delle norme con cui la giustizia deve affrontare l’evolversi delle vicende procedurali. Con il suo sorriso, mai ha dato l’idea di un magistrato disattento alle regole con cui si amministra la giustizia, mai ho intravisto punte di polemiche o di acredine rispetto ad altri colleghi che avevano idee, e che idee, che certe volte quasi oltrepassavano i confini dei poteri costituzionali.

Divenne ministro dei Lavori pubblici e lo incontrai diverse volte, perché all’epoca ero il braccio destro di Ciriaco De Mita, segretario della Dc. Enrico era per noi una sorta di democristiano anche se socialdemocratico, perché aveva le nostre idee, il nostro modo di intendere la politica, il nostro tipo di rapporto con le persone. L’idea dei 110 all’ora era un modo per mettere argine alla velocità smisurata che provocò tanti morti nelle strade.

Tutti i tratti di Enrico rispecchiavano il suo modo garbato, sincero, paziente e queste virtù le ha esercitate sia da magistrato che da ministro e leader socialdemocratico, in un momento anche di tempesta nel quale i dirigenti del suo partito decisero di fare appello a lui per il suo modo di fare e il suo rigore con la legge.

Poi è stato con me anche europarlamentare, i suoi colleghi avevano un atteggiamento che mi lasciava stupito, e in lui avevo apprezzato anche in quell’occasione la sua propensione al dialogo e al rispetto dell’avversario. In seguito, diede per un periodo una mano a me e a Pierferdinando Casini con il Ccd, e ciò permise di fare un piccolo tratto di strada insieme. Poi lo volli collaboratore al ministero della Giustizia, dove lo chiamai a dirigere un ufficio importante. In quella circostanza ne apprezzai il modo in cui esercitava la sua azione, sempre con eleganza istituzionale, sempre con il tratto di deferente rispetto della funzione che esercitava.

Poi il dramma. Mi accorsi che quando lo incontravo, mi sembrava esorbitare dalle cose che esponeva, con dei momenti di assenza che mi lasciavano perplesso. Avevo già visto quegli atteggiamenti e quel modo di fare in mio padre Pellegrino, colpito dall’Alzheimer, ed Enrico dava purtroppo proprio i segni di mio padre all’inizio della malattia. Avvertii Cosimo, che era amico dei miei figli, dissi ciò che avevo intravisto, e loro poi mi fecero presente che Enrico aveva iniziato il lungo calvario di una terribile malattia che non si riesce a debellare. Voglio ricordare che una delle cose che mi ha sempre affascinato di Enrico era la sua concezione della famiglia, lo straordinario legame del padre con i figli e dei figli con il padre, una sana eccezionale famiglia italiana, un po’ come la mia, la sua di Pontremoli, la mia di Ceppaloni. Lo ricordo con affetto, mi stringo alla famiglia e ricordo con nostalgia i tempi di Enrico e i miei, quelli erano momenti alti della politica, quando c’era comprensione per le ragioni degli altri e la politica rispondeva ai bisogni della comunità, nella ricerca del bene comune per il prossimo e per l’Italia.

Ciao Enrico.

*sindaco di Benevento

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di Redazione web