Il Tirreno

Toscana

Tasse, è ora di cambiare se Netflix in Italia paga 6mila euro

Alessandro Volpi

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Partiamo da un dato. Netflix ha pagato, in Italia nel 2019, tasse e imposte per 6 mila euro. Meno di una larghissima parte dei lavoratori italiani. Ma non si tratta di un dato isolato. Amazon ha pagato meno di 11 milioni di euro a fronte di un fatturato di 1 miliardo, ancora nel 2019. Microsoft non è arrivata a 16 milioni, Google a 6 e E-Bay a 145 mila euro.

In totale i primi 4-5 gruppi Big tech hanno fatturato in Italia, nel 2019, 3,3 miliardi di euro e hanno pagato tasse e imposte per meno di 70 milioni. Nel 2020 è già chiaro che, per gli effetti del lockdown, i loro fatturati sono stati ancora più alti e, nonostante ciò, il prelievo fiscale non cambierà di molto.

Certo, le imposte si calcolano sugli utili e non sul fatturato, ma per questi gruppi tale calcolo è complicato dalle innumerevoli sedi di cui dispongono e quindi è necessario fare riferimento al dato del fatturato.

Se si allarga l'orizzonte dell'analisi, i risultati non sono più incoraggianti, anche se non risultano così scandalosi come quelli sopra ricordati.

Unicredit ha pagato nel 2019 imposte per 479 milioni di euro su un utile di 4,1 miliardi, mentre numerose società italiane, adoperando varie premialità, sono riuscite ad avere un tax rate, cioè la quota di utili che viene prelevata dall’Erario, estremamente basso.

Pirelli per esempio non arriva all’11 per cento (10,8) con 53 milioni di imposte su profitti per 502 milioni. Azimut, grande società di gestione di fondi d’investimento, si ferma al 9,6%.

Ferrari vanta un tax rate dell’1,9%, il più basso tra tutti i grandi gruppi quotati in Borsa. L’azienda del Cavallino rampante paga infatti soltanto 16,3 milioni di tasse su profitti di circa 800 milioni di euro.

Sono solo alcuni esempi per mettere in luce come il sistema fiscale italiano presenti delle distorsioni che non sono, ora, più tollerabili. Di fronte al crollo delle entrate, di fronte alle minacce di "scioperi" nel versamento delle imposte, l'unica strada percorribile è quella dell'equità, eliminando situazioni che sono, a tutti gli effetti, dei privilegi incomprensibili.

Queste evidenti distorsioni dovrebbero essere tenute presenti anche quando si parla di patrimoniale. Un simile tema infatti, se non deve essere soltanto simbolico, ha bisogno di essere inserito, appunto, in una valutazione complessiva del sistema fiscale italiano e delle forme di finanziamento della indispensabile spesa pubblica.

Per quanto riguarda il primo aspetto è indispensabile restituire progressività al prelievo, rispettando il dettato dell’articolo 53 della Costituzione. Sono ormai troppe le forme di imposizione fiscale e di tassazione che hanno assunto i caratteri della cedolare secca e della tassa piatta, cancellando la progressività; la semplificazione non può tradursi in ingiustizia. Anche l’eccessiva dipendenza delle entrate dello Stato dall’Iva, un’imposta indiretta, come è noto, che colpisce tutti senza distinzione di reddito e di patrimonio, non agevola in alcun modo la giustizia fiscale.

C’è poi il ridotto prelievo, al 26%, fissato sulle rendite finanziarie che, oggi, alla luce del costante mare di liquidità garantito dalla Bce, non ha davvero alcun senso, anche per il fin troppo debole legame tra i mercati finanziari e il sistema produttivo italiano.

Non è più tollerabile, inoltre, la pressoché totale mancanza di prelievo fiscale sull’esteso settore delle companies dell’immateriale, a cominciare dai colossi, che certo non saranno colpite dalla patrimoniale sugli immobili; un sistema fiscale che voglia prelevare risorse laddove veramente esiste la ricchezza non può prescindere dalla web tax e da imposte sulle big dell’e-commerce, come dimostrano i numeri sopra riportati.

Peraltro, ragionando di patrimoniale, sarebbe indispensabile una revisione degli estimi catastali e capire bene quali imposte verrebbero cancellate nel caso di una sua introduzione; non è chiara, infatti, fino in fondo in tal senso la ratio della cancellazione dell’Imu sulle seconde case.

La patrimoniale non può essere la semplice sostituzione di imposte già esistenti.

Nell’ambito di una riforma fiscale ispirata a principi redistributivi e di giustizia sociale non dovrebbe mancare neppure il superamento della attuale condizione, tutta italiana, di paradiso delle eredità, caratterizzato, ancora una volta, dall’assenza di qualsiasi traccia di progressività nella imposta sulle successioni.

Per completare il quadro di un’ipotetica riforma del sistema delle entrate, occorrerebbero poi maggior coraggio sulla tracciabilità dei pagamenti e maggiore severità sulle voluntary disclosures.

Anche le aliquote dell’Irpef, che costituisce l’asse portante delle entrate tributarie italiane ed è caratterizzata, a differenza di tutte le altre parti, da un eccesso di progressività, avrebbero bisogno di una revisione che le rendesse più eque.

In estrema sintesi, dunque, un’imposta patrimoniale dovrebbe essere inserita in una rapida riscrittura dell’intero sistema fiscale e dovrebbe essere costruita in modo da essere realmente applicabile e non rappresentare soltanto una “norma manifesto”.

Solo così, infatti, diventa possibile legare sistema fiscale e mezzi di finanziamento della spesa pubblica che dovrebbero servire a mobilitare, in chiave sociale e produttiva, la grande mole di risparmio tesaurizzata dagli italiani; sistema fiscale e forme di investimento diffuso, a partire dal debito pubblico, devono essere pensate insieme per evitare sciagurate fughe, pericolosi privilegi e inutili ibernazioni.

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