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il commento

Violenza sulle donne: se la vittima è trasformata in colpevole nel racconto di tribunali e media

Ilaria Bonuccelli
Uno scatto del fotografo carrarese Andrea Dazzi. La foto compariva nella locandina della mostra sulla violenza contro le donne dal titolo “L’amore è un’altra cosa”, in cui erano esposte le immagini di un progetto dello stesso Dazzi
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Uno scatto del fotografo carrarese Andrea Dazzi. La foto compariva nella locandina della mostra sulla violenza contro le donne dal titolo “L’amore è un’altra cosa”, in cui erano esposte le immagini di un progetto dello stesso Dazzi

I giudici in Perù assolvono lo stupratore perché lei indossava gli slip rossi, una “prova” che era “disponibile”. Ci si indigna, ma sentenze analoghe si pronunciano anche in Italia  

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Qualche giorno fa ho letto la sentenza di un tribunale del Perù. Stupratore assolto: la vittima indossava slip rossi e questa era la prova che fosse disposta a fare sesso con chiunque. Il suo consenso? Irrilevante. La sentenza è firmata da tre giudici, due donne e un uomo. Mi sono indignata. E preoccupata. Non ho pensato: «Da noi, in Italia, questo non accadrebbe mai». Non ho potuto pensarlo. Perché da noi in Italia questo è già accaduto.

A luglio di quest’anno la Corte d’Appello di Milano ha ridotto la pena a uno stupratore definendolo un soggetto “mite”: lei gli si era gettata ai piedi e aveva iniziato a baciarglieli, implorando di non ammazzarla. Eppure per la Corte d’Appello - due donne e un uomo, come in Perù - lo stupratore meritava uno sconto di pena «per le relazioni della donna con altri uomini, dall’imputato quasi favorite o comunque non ostacolate…». Insomma lui la spingeva a fare sesso con altri ma poi la stupra «forse esasperato dalla condotta troppo disinvolta della convivente», scrivono i giudici.

Ecco, scrivono. Le parole che non vorremmo mai leggere quando parliamo di violenza. In particolare di violenza sulle donne. Invece dall’inizio dell’anno abbiamo assistito a una rappresentazione dei fatti di violenza che trasforma le vittime in colpevoli. Succede nelle sentenze, succede nella narrazione di cronaca. Succede nella ricostruzione giudiziaria delle vicende. Solo qualche altro esempio: a fine giugno a Margno un padre uccide i due gemelli di 12 anni e poi invia un messaggio alla ex moglie: «Ora resterai sola per sempre». La vicenda viene proposta come il «dramma dei padri separati». Si replica di recente in Piemonte con il padre che ammazza tutta la famiglia: moglie (in fase di separazione) e i due gemellini. Lui è descritto come una brava persona, un grande lavoratore. Anche quando le vittime sono “solo” le donne, i moventi dei femminicidi sono descritti, da chi indaga e da noi giornalisti, come causati da gelosia, impeto, «incapacità di accettare la fine della relazione». Con un messaggio pericoloso tanto quanto la violenza stessa: diciamo, nei fatti, che in una relazione solo l’uomo ha il diritto di decidere la scadenza. La donna non ha possibilità di scelta: o resta o, se se ne va (e lui non è d’accordo), muore.

Nessuna delle due opzioni è accettabile. Non lo è da un punto di vista giuridico, ancora di meno da un punto di vista culturale. Ma non dimentichiamoci che il diritto è lo specchio della cultura della società che rappresenta.

Il Codice Rocco - il codice penale fascista - che contemplava il diritto d’onore e lo stupro come un reato contro la morale (fino al 1996) è stato sì abrogato non è ancora uscito dal nostro modo di pensare. E di “giudicare” i casi. Altrimenti nel 2020 l’Italia non si costituirebbe in Europa, contro una giovane madre toscana, che si è vista uccidere il bimbo davanti gli occhi dall’ex compagno, con queste parole: «Lei che conosceva estremamente bene il suo partner non ha previsto che il suo partner avrebbe commesso l’omicidio; sembra ragionevole dedurre che se avesse pensato che i suoi bambini fossero stati in serio pericolo avrebbe attivato le misure cautelari previste dal sistema italiano; non avrebbe ritirato le querele e avrebbe lasciato la casa». Lei aveva lasciato la casa, lei non ha ritirato tutte le querele; ma lo Stato omette per provare a non pagare un indennizzo che le spetta, non essendo riuscito a evitare un omicidio e un tentato femminicidio annunciati.

La prevenzione, oltre alla protezione e all’indennizzo delle vittime, è uno degli obblighi dello Stato, in base alla Convenzione di Istanbul, il più importante atto internazionale di contrasto alla violenza di genere. Ma dai principi alla pratica il passo è ancora molto lungo. Basta pensare che solo grazie alla campagna portata avanti da “Il Tirreno”, con l’università di Pisa e la Scuola Sant’Anna, a gennaio 2020 è stato modificato il “listino della vergogna” per cui una donna stuprata ha diritto a un indennizzo dello Stato i 25mila euro e nonni 4800 euro e una vittima di femminicidio ne vale 60mila (invece di 7200 per i familiari).

Sempre 140mila meno, però, delle vittime del terrorismo, della mafia, della Uno bianca. Nessuno ci ha ancora spiegato perché. Perché ci sono morti di serie A e di serie B. E, da domani, nessuno ce lo spiegherà. Come non ci spiegherà perché i percorsi di recupero per gli autori di violenza - alternativi al carcere (nelle pene sotto i due anni) -siano a pagamento e a carico degli imputati (con i soldi); perché la formazione delle forze dell’ordine in tema di violenza sia obbligatoria per legge, ma non finanziata; perché questa formazione non sia obbligatoria per i magistrati. Perché non si indaghi chi è al corrente o assiste a episodi di violenza e non interviene.

Così restano tante domande in sospeso. Tanti problemi aperti. E forse a spiegazione è semplice: nessuno chiede a chi davvero conosce la violenza e sa di che cosa c’è bisogno per uscirne: le donne che l’hanno attraversata o che ci sono in mezzo. Forse di questo c’è bisogno. Parlare meno noi e ascoltare di più loro. Le voci di chi conosce il male.


 

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