Lutto
Violenza sulle donne: se la vittima è trasformata in colpevole nel racconto di tribunali e media
I giudici in Perù assolvono lo stupratore perché lei indossava gli slip rossi, una “prova” che era “disponibile”. Ci si indigna, ma sentenze analoghe si pronunciano anche in Italia
Qualche giorno fa ho letto la sentenza di un tribunale del Perù. Stupratore assolto: la vittima indossava slip rossi e questa era la prova che fosse disposta a fare sesso con chiunque. Il suo consenso? Irrilevante. La sentenza è firmata da tre giudici, due donne e un uomo. Mi sono indignata. E preoccupata. Non ho pensato: «Da noi, in Italia, questo non accadrebbe mai». Non ho potuto pensarlo. Perché da noi in Italia questo è già accaduto.
A luglio di quest’anno la Corte d’Appello di Milano ha ridotto la pena a uno stupratore definendolo un soggetto “mite”: lei gli si era gettata ai piedi e aveva iniziato a baciarglieli, implorando di non ammazzarla. Eppure per la Corte d’Appello - due donne e un uomo, come in Perù - lo stupratore meritava uno sconto di pena «per le relazioni della donna con altri uomini, dall’imputato quasi favorite o comunque non ostacolate…». Insomma lui la spingeva a fare sesso con altri ma poi la stupra «forse esasperato dalla condotta troppo disinvolta della convivente», scrivono i giudici.
Ecco, scrivono. Le parole che non vorremmo mai leggere quando parliamo di violenza. In particolare di violenza sulle donne. Invece dall’inizio dell’anno abbiamo assistito a una rappresentazione dei fatti di violenza che trasforma le vittime in colpevoli. Succede nelle sentenze, succede nella narrazione di cronaca. Succede nella ricostruzione giudiziaria delle vicende. Solo qualche altro esempio: a fine giugno a Margno un padre uccide i due gemelli di 12 anni e poi invia un messaggio alla ex moglie: «Ora resterai sola per sempre». La vicenda viene proposta come il «dramma dei padri separati». Si replica di recente in Piemonte con il padre che ammazza tutta la famiglia: moglie (in fase di separazione) e i due gemellini. Lui è descritto come una brava persona, un grande lavoratore. Anche quando le vittime sono “solo” le donne, i moventi dei femminicidi sono descritti, da chi indaga e da noi giornalisti, come causati da gelosia, impeto, «incapacità di accettare la fine della relazione». Con un messaggio pericoloso tanto quanto la violenza stessa: diciamo, nei fatti, che in una relazione solo l’uomo ha il diritto di decidere la scadenza. La donna non ha possibilità di scelta: o resta o, se se ne va (e lui non è d’accordo), muore.
Nessuna delle due opzioni è accettabile. Non lo è da un punto di vista giuridico, ancora di meno da un punto di vista culturale. Ma non dimentichiamoci che il diritto è lo specchio della cultura della società che rappresenta.
Il Codice Rocco - il codice penale fascista - che contemplava il diritto d’onore e lo stupro come un reato contro la morale (fino al 1996) è stato sì abrogato non è ancora uscito dal nostro modo di pensare. E di “giudicare” i casi. Altrimenti nel 2020 l’Italia non si costituirebbe in Europa, contro una giovane madre toscana, che si è vista uccidere il bimbo davanti gli occhi dall’ex compagno, con queste parole: «Lei che conosceva estremamente bene il suo partner non ha previsto che il suo partner avrebbe commesso l’omicidio; sembra ragionevole dedurre che se avesse pensato che i suoi bambini fossero stati in serio pericolo avrebbe attivato le misure cautelari previste dal sistema italiano; non avrebbe ritirato le querele e avrebbe lasciato la casa». Lei aveva lasciato la casa, lei non ha ritirato tutte le querele; ma lo Stato omette per provare a non pagare un indennizzo che le spetta, non essendo riuscito a evitare un omicidio e un tentato femminicidio annunciati.
La prevenzione, oltre alla protezione e all’indennizzo delle vittime, è uno degli obblighi dello Stato, in base alla Convenzione di Istanbul, il più importante atto internazionale di contrasto alla violenza di genere. Ma dai principi alla pratica il passo è ancora molto lungo. Basta pensare che solo grazie alla campagna portata avanti da “Il Tirreno”, con l’università di Pisa e la Scuola Sant’Anna, a gennaio 2020 è stato modificato il “listino della vergogna” per cui una donna stuprata ha diritto a un indennizzo dello Stato i 25mila euro e nonni 4800 euro e una vittima di femminicidio ne vale 60mila (invece di 7200 per i familiari).
Sempre 140mila meno, però, delle vittime del terrorismo, della mafia, della Uno bianca. Nessuno ci ha ancora spiegato perché. Perché ci sono morti di serie A e di serie B. E, da domani, nessuno ce lo spiegherà. Come non ci spiegherà perché i percorsi di recupero per gli autori di violenza - alternativi al carcere (nelle pene sotto i due anni) -siano a pagamento e a carico degli imputati (con i soldi); perché la formazione delle forze dell’ordine in tema di violenza sia obbligatoria per legge, ma non finanziata; perché questa formazione non sia obbligatoria per i magistrati. Perché non si indaghi chi è al corrente o assiste a episodi di violenza e non interviene.
Così restano tante domande in sospeso. Tanti problemi aperti. E forse a spiegazione è semplice: nessuno chiede a chi davvero conosce la violenza e sa di che cosa c’è bisogno per uscirne: le donne che l’hanno attraversata o che ci sono in mezzo. Forse di questo c’è bisogno. Parlare meno noi e ascoltare di più loro. Le voci di chi conosce il male.
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