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Arcuri, Calabria, autostrade: quando lo stato è debole

Alessandro volpi
Arcuri, Calabria, autostrade: quando lo stato è debole

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Ma perché? Questa domanda sorge spontanea di fronte a tre vicende italiane, che caratterizzano giorni già molto difficili. La prima sembra riportare in vita pratiche di antico regime.

Durante convulse e tesissime settimane come quelle attuali, c’è un personaggio che ha in mano le questioni cruciali del nostro paese. Domenico Arcuri è il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica; in altre parole è il responsabile dell’enorme e complessa mole di forniture necessarie ad affrontare la crisi sanitaria, dalle mascherine, ai test, ai reagenti fino alla decisiva partita dei vaccini che, come dovrebbe essere intuibile, sarà complicatissima e richiede una visione immediata e, al contempo, strategica. Ma il dottor Arcuri, in passato all’Iri e in Deloitte, è anche l’amministratore delegato di Invitalia, la partecipata del Ministero dell’Economia che, tra gli altri dossier delle tante crisi industriali in corso, deve gestire la spinosa partita dell’Ilva, dove il governo ha annunciato di voler entrare con una partecipazione di maggioranza.

In pratica, deve seguire alcuni dei nodi decisivi della politica industriale italiana e, in particolare, la principale vertenza siderurgica. Alla luce di tutto ciò, sorge, inevitabile, la domanda proposta in apertura: perché affidare alla stessa persona, che peraltro quest’estate non ha proprio brillato nel preparare l’” autunno caldo” dell’epidemia, la gestione della gigantesca logistica della lotta al virus e, al contempo, quella delle grandi crisi aziendali? Non era davvero possibile trovare nessun altro? Serviva davvero un unico, e insostituibile, “boiardo” ? La seconda vicenda ha a che fare con antichi ritardi e nuovi, reiterati, errori. La Calabria è la Regione italiana con il peggiore sistema sanitario, dove gli anni di vita in buona salute sono in media 52, 9 contro i 67, 7 del Trentino-Alto Adige, dove l’assessorato regionale alla Salute è commissariato da circa un decennio e dove l’azienda sanitaria più grande, quella di Reggio Calabria, nel 2019 è stata sciolta per infiltrazioni della criminalità organizzata. Su una situazione così tragica si è inserita l’epidemia che ha reso ancora più evidente il disastro. Per fronteggiarla è stato varato, in estate, il “decreto Calabria” , che, fra le altre misure, attribuisce ampie prerogative al Commissario straordinario. Ciò che non appare possibile, alla luce di simili premesse, è costituito dalla incredibile sequenza di commissari “sbagliati” , che sono stati scelti, e nominati, per ricoprire tale ruolo: un generale, che non sapeva di dover redigere un Piano di contrasto dell’epidemia, un manager, protagonista di surreali dichiarazioni in merito alla trasmissibilità del virus, e un rettore, che, dopo aver accettato, declina in modo fulmineo la nomina per evitare “una crisi familiare” .

Intanto, l’autorevole figura di Gino Strada viene lasciata sospesa, in attesa di decisioni definitive. Di nuovo allora la domanda di partenza: ma come è possibile fare peggio? Come è possibile, almeno, non accertarsi preventivamente della qualità e delle intenzioni dei prescelti? Intanto qualcuno invoca la “calabresità” come requisito per ricoprire meglio le vesti di Commissario. Certo i regionalismi non stanno dando una grande prova in questa fase, ma anche il centralismo delle decisioni ministeriali non pare la panacea. La terza vicenda lascia un profondo senso di impotenza. Secondo quanto riportano varie fonti, dal 1999 al 2019 Autostrade ha distribuito 9 miliardi e 400 milioni di euro di dividendi, di cui ben 9 miliardi e 200 milioni sono andati ad Atlantia nelle mani di un’unica famiglia. Nel febbraio del 2019, ha dichiarato l’amministratore delegato di Autostrade, la società in questione spendeva in manutenzioni circa 270 milioni l’anno.

È abbastanza evidente chi abbia guadagnato da tutto ciò. Nonostante questo, nonostante il disastro di Genova e varie altre vicissitudini, Autostrade è ancora la concessionaria della rete e Atlantia resta la sua azionista largamente maggioritaria. Nonostante questo, la trattativa per la cessione a Cassa Depositi e Prestiti, a Blackstone e Macquarie è ferma da tempo e a nulla è servita un’improbabile serie di penultimatum da parte del governo. Nonostante questo si discute ancora di un prezzo da pagare ad Autostrade tra gli 8, 5 e i 9, 5 miliardi di euro, mentre emergono dichiarazioni sconcertanti da parte della prima linea di comando della società. Il dato comune a queste tre brutte storie, e forse la risposta alla domanda che esse suscitano, è costituito dalla evidente debolezza dello Stato che non riesce a selezionare le risorse necessarie ad affrontare una crisi pesantissima e non ha la forza di imporsi di fronte a evidenti ingiustizie: si tratta di un limite dello Stato, e non solo del ceto politico, perché dovrebbe esistere una struttura amministrativa pubblica, dotata di una sua robustezza in grado di individuare un indispensabile gruppo di dirigenti di vertice, capaci e determinati anche davanti alle sfide più ostiche.

Per troppo tempo, i manager di Stato sono stati cooptati dall’esterno e sono passati come turisti nella pubblica amministrazione che ha rinunciato, così, al proprio ruolo e ora gli effetti sono ben visibili.



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