Il Tirreno

Toscana

Le banche in mani estere un rischio per il paese

Alessandro Volpi
Le banche in mani estere un rischio per il paese

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Avviso ai naviganti. La relazione presentata dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, contiene l’indicazione di alcune minacce tutt’altro che banali. Secondo i parlamentari che l’hanno redatta, dopo numerose audizioni e l’acquisizione di vari documenti, la pandemia starebbe ponendo sotto pressione alcune realtà strategiche del sistema finanziario italiano. In particolare Unicredit e Generali sarebbero nel mirino di possibili acquisizioni estere. Il Copasir ha definito assai “preoccupanti” le ipotesi che si sono inseguite negli ultimi mesi su possibili fusioni di Unicredit con player stranieri come l’istituto tedesco Commerzbank o le banche francesi Crédit Agricole e Societé Générale. «A parere del Comitato, - si legge nella Relazione - le iniziative da parte di attori esteri su entità strategiche per la sicurezza economica nazionale rappresentano un rischio di particolare rilevanza per il sistema bancario e del pubblico risparmio, atteso che, oltre a pregiudicarne l’indipendenza, le stesse potrebbero determinare una forte asimmetria tra l’area di raccolta delle risorse finanziarie e quella di impiego delle stesse. Infatti, pur continuando a provenire dalle famiglie e dalle imprese italiane, le risorse raccolte da UniCredit potrebbero essere impiegate per finanziare territori e sistemi produttivi esteri».

In altre parole, le operazioni di fusione e di acquisizione da parte di grandi banche estere possono comportare una forte riduzione del credito al sistema economico italiano e dell’acquisto di debito pubblico italiano: un'eventualità che renderebbe decisamente meno efficace l’azione della Bce, i cui interventi, al netto dell’accresciuta mole di acquisti diretti, passano, in larga misura, attraverso le banche. «Nonostante la rilevanza di UniCredit per il sistema economico e finanziario nazionale, - continua la Relazione - l’istituto milanese ha assunto negli ultimi anni alcune iniziative apparentemente volte ad affrancare la banca dall’Italia. In tal senso potrebbero essere infatti inquadrate le operazioni di cessione di UniCredit di alcuni «gioielli italiani», quali Fineco e Pioneer, ovvero la riduzione del portafoglio di BTP che, dal 2016 ad oggi, è diminuito di circa 11 miliardi di euro». Un allarme analogo riguarda il campione nazionale delle assicurazioni, le Generali, che attira le attenzioni interessate del colosso delle assicurazioni francesi Axa. L’ipotesi è considerata un rischio per la sicurezza nazionale «perché permetterebbe all’istituto d’Oltralpe di detenere complessivamente 85,5 miliardi di euro di titoli italiani, pari al 3,5% di tutto il debito pubblico italiano». Più in generale, il Copasir sottolinea che la quota di debito italiano in mano alla Francia è lievitata rapidamente: gli operatori istituzionali francesi sarebbero in possesso di 285 miliardi di euro di debito pubblico italiano pari a circa l’11% del debito pubblico italiano. Anche il controllo della Borsa di Milano è passato, forse in maniera fin troppo sbrigativa, alla parigina Euronext con la partecipazione, soltanto come azionisti minoranza, di Intesa San Paolo e Cassa depositi e prestiti. La relazione del Copasir si conclude, poi, con due capitoli dedicati a Russia e Cina: Mosca sta tentando di stabilizzarsi nel mercato energetico, attraverso un’aggressiva strategia di controllo delle “pipelines”, secondo una prassi seguita da decenni, mentre Pechino mira all'espansione nella logistica, con una particolare attenzione ai porti italiani, nelle infrastrutture e nei pagamenti digitali. In sostanza, il nostro paese si trova al centro di incroci pericolosi che possono destabilizzare, almeno in parte il cruciale debito italiano, e spostare fuori dall’Italia i centri nevralgici del nostro sistema bancario e finanziario, ben oltre una fisiologica internazionalizzazione. In quest’ottica, il vero tema sottolineato dalla Relazione del Copasir ha a che fare, soprattutto, con la già ricordata gestione del debito pubblico; i timori non dipendono dalla creazione di player mondiali attraverso le fusioni bancarie e assicurative, ma dagli effetti “indesiderati” di tale maggiore "efficienza" legata alle dimensioni e troppo spesso di natura soltanto finanziaria. Se il debito italiano, indispensabile in questa fase molto critica per finanziare la tenuta sociale, dipende anche dall'azione di acquisto e di collocamento svolta dalle banche commerciali e dalle assicurazioni, allora avere banche e società assicurative con una testa italiana può risultare cruciale, così come un'eccessiva dipendenza del finanziamento dello stesso debito da investitori esteri può risultare problematica.

Avere un sistema bancario che indirizzi bene la liquidità della Bce è, dunque, fondamentale. Quando Alberto Beneduce e Donato Menichella avevano ipotizzato, agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso, la trasformazione delle banche miste – la Banca Commerciale e il Credito italiano - in “banche di interesse nazionale”, sottraendole al controllo privato volevano salvarle da una crisi profonda, che aveva investito l’intero sistema produttivo e finanziario, senza poter disporre tuttavia di una moneta forte che, oggi, invece esiste e deve essere sfruttata, adoperando tutte le strade possibili ed evitando l'ulteriore finanziarizzazione “globalizzata” del sistema bancario. —



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